Simone Weil, la filosofia del pessimismo

Simone Weil è vissuta dal 1909 al 1943, è stata sindacalista rivoluzionaria, professoressa di filosofia e scrittrice francese; è stata definita una fanatica della verità, alla quale aspirava attraverso la ricerca spasmodica dell'anonimato e del rifiuto dei privilegi della sua classe.

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Simone Weil è vissuta dal 1909 al 1943, è stata sindacalista rivoluzionaria, professoressa di filosofia e scrittrice francese; molto vicina al pensiero anarchico, critica quindi verso il sistema dei partiti, è stata definita una fanatica della verità, alla quale aspirava attraverso la ricerca spasmodica dell’anonimato e del rifiuto dei privilegi della sua classe.

Simone Weil voleva avvicinarsi alle sofferenze della povera gente e, in questo, la somiglianza con Francesco d’Assisi giunge spontanea; Simone non mangiava zucchero quando sapeva che scarseggiava per la povera gente, non portava le calze d’inverno perché sapeva che non tutti ce le avevano. Nell’estate del 1943 muore di complicazioni legate alla dieta che si era imposta per non essere privilegiata rispetto a chi aveva il cibo razionato nella Francia martoriata dalla guerra. No, non è stata una novella Giovanna d’Arco, c’è stato sicuramente dell’eroismo in lei, ma soprattutto un rigore estremo, radicale ed un forte desiderio di anonimato.

Simone Weil voleva e desiderava spogliarsi di ogni prospettiva soggettiva, per ritrovarsi nella nudità di un’affermazione che non porti altro marchio, se non quello singolare della presenza anonima, una dei tanti e non una dei pochi.

Simone Weil, targa commemorativa ad Ashford
Simone Weil, targa commemorativa ad Ashford

Simone Weil era intransigente e radicale, fino a risultare insopportabile e ridicola; affrontava la vita con un rigore sovrumano ed aveva una sincera aspirazione di giustizia, con un bisogno fanatico di verità.

A Simone Weil interessava la vita umana che si svolgeva nella sua naturalità “lontano dai bagni caldi”. Una marxista? No, criticava aspramente Marx ed il suo materialismo dialettico, ritenendo che la giustizia sociale non può venire attraverso l’esercizio della forza, “che riduce l’uomo a cosa”. Dal male non può nascere il bene, l’esercizio della forza genera il nulla, nel trionfo della violenza si eclissa la ragione e l’uomo si trasforma in bestia. Simone, infatti, riteneva che fascismo e comunismo fossero due concezioni politiche e sociali quasi identiche: la medesima predominanza dello Stato, la medesima militarizzazione forsennata, la stessa unanimità artificiale, ottenuta con la coercizione a profitto di un partito unico che si confonde con lo Stato e si definisce grazie a questa confusione.

La famiglia Wein, di origini ebraiche, si rifugiò a New York dopo lo scoppio della guerra, ma Simone vi rimarrà solo quattro mesi, perché il pensiero della gente che soffriva ed aveva bisogno di aiuto, mentre lei viveva ovattata, la inquietava troppo. Fu attivista partigiana e morì nell’estate del 1943 a causa di complicazioni legate alla dieta di fame che si era imposta per estremo e fanatico solidarismo.

Simone Weil e Francesco d’Assisi hanno in comune le basi della loro filosofia e della loro vita alla ricerca di una risposta all’interrogativo posto dall’esistenza del dolore umano. Hanno percorso lo stesso sentiero di umiltà e povertà per giungere alle radici, in cerca di una spiegazione. Non trovandola con la ragione, non rimaneva che la via spirituale, divina.

Simone Weil
Simone Weil

Simone Weil crebbe in una famiglia benestante, ma i suoi primi anni di vita furono segnati da una salute precaria, da un intervento chirurgico a cui seguì una lenta convalescenza. Il rapporto con il proprio corpo fu faticoso e difficile e fin dalla prima giovinezza soffrì di fortissimi mal di testa, oltre a sviluppare una certa fobia per i microbi che la portò a non sopportare di sfiorare cose toccate da altri e a non mangiare determinati cibi.

Le biografie di Simone Weil citano una fiaba quale seme che contribuì a sviluppare un certo suo portamento eroico. La fiaba è Maria d’oro e Maria di catrame dei fratelli Grimm e venne raccontata a Simone dalla madre durante una delle sere in cui era ammalata: una bambina viene mandata dalla matrigna nella foresta e si trova a dover scegliere dove passare, se dalla porta d’oro o da quella di catrame. L’orfanella sceglie la porta di catrame e le cade addosso una pioggia d’oro; mentre l’ambiziosa sorellastra sceglie la porta d’oro  e viene ricoperta di catrame. Simone nella sua vita voleva trovare l’oro della conoscenza passando attraverso la porta della sofferenza.

Simone Weil è un esempio di pessimismo filosofico al quadrato, ma fu una donna fuori dagli schemi, dotata di molto coraggio e sensibilità.

Cinzia Malaguti

Bibliografia:

N. Fusini, Hannah e le altre, Torino, Einaudi, 2013