Sapiens da animali a dei (terza parte)

Siamo giunti alla terza ed ultima parte del nostro avvincente viaggio nella storia dell’umanità attraverso la lettura del libro di Yuval Noah Harari dal titolo Sapiens da animali a dei. Percorriamo in questa terza parte gli ultimi 500 anni della nostra storia, tra rivoluzione scientifica, capitalismo e rivoluzione industriale. Che altro dirvi? Buona lettura!



La scoperta dell’America

La scoperta dell’America (1492) fu l’evento fondativo della rivoluzione scientifica, non solo perché insegnò agli europei a mettere in maggior rilievo le osservazioni attuali, rispetto alle tradizioni del passato, ma anche perché li spinse a cercare sempre nuove conoscenze.

La ricerca di nuove conoscenze attraverso la scoperta di nuovi territori era però costosa e doveva essere finanziata; a farlo furono le élite imperiali quando pensavano potesse servire a raggiungere obiettivi politici, economici o religiosi. Fu, comunque, un inizio mosso da una febbre che spinse gli europei a partire per lidi lontani, a trovare terre completamente sconosciute dove vigevano culture strane e a dichiarare, appena messo piede sulle loro spiagge: “Reclamo tutti questi territori in nome del mio re“.

I conquistatori europei commisero soprusi, soggiogarono i nativi, raccontarono menzogne ed annientarono nel sangue le proteste. La maggior parte della popolazione nativa morì in breve tempo, i coloni spagnoli furono particolarmente avidi e spietati, nel giro di venti anni quasi tutta la popolazione indigena dei Caraibi fu spazzata via e – per riempire il vuoto di manodopera per le piantagioni – i coloni spagnoli cominciarono ad importare schiavi dall’Africa.

Gli imperi Aztechi in Messico e Inca in Perù furono conquistati con la menzogna. Cortés in Messico (1519) e Pizarro in Perù (1532), si dichiararono emissari pacifici del re di Spagna, ottennero incontri diplomatici con i rispettivi re (Montezuma per gli Aztechi e Atahualpa per gli Inca), poi li sequestrarono, quindi – con l’aiuto di alleati locali -proseguirono a conquistare l’impero paralizzato. Furono solo gli europei a spartirsi il bottino americano perché arabi, ottomani, persiani, indiani e cinesi non erano interessati, pur non mancando delle necessarie tecnologie navali.



Solo nel XX secolo le culture non europee adottarono una visione veramente globale, ma dopo che gli europei si erano spinti – spesso con successo – alla conquista e alla colonizzazione anche nei continenti conosciuti di Asia e Africa.

Dietro l’ascesa fulminea tanto della scienza quanto dell’impero si cela una forza particolarmente importante: il capitalismo. Se non fosse stato per gli uomini d’affari che cercavano di arricchirsi, Colombo non sarebbe arrivato in America, James Cook non avrebbe raggiungo l’Australia e Neil Armstrong non avrebbe mai messo piede sulla Luna.

sapiens da animali a dei (terza parte)

Il capitalismo

Nel corso degli ultimi 500 anni, l’idea di progresso, ossia di nuove scoperte e di nuove conoscenze, convinse la gente a riporre sempre più fiducia nel futuro. Questa fiducia fu l’origine del sistema del credito, quindi del sistema bancario.

Nel Seicento, il motore finanziario e imperiale dell’Europa divenne l’Olanda, grazie ai suoi mercanti e alla loro invenzione della compravendita di azioni; essa riduceva il rischio degli investitori, aumentandone di fatto il numero; la più famosa società olandese per azioni, la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, fu fondata nel 1602. I mercanti olandesi si spinsero fino in Indonesia che amministrarono per quasi 200 anni e a New York dove stabilirono una colonia, poi conquistata dai britannici nel 1664.

Un atteggiamento troppo compiaciuto ed una serie di guerre dispendiose fece declassare il ruolo olandese di motore finanziario ed imperiale, alla fine del XVII secolo. Quel posto vacante venne accanitamente conteso tra la Francia ed il Regno d’Inghilterra; ci riuscì l’Inghilterra, in gran parte condotta anch’essa da società di capitali private che godevano della fiducia degli investitori.



La Francia fu tagliata fuori a causa, principalmente, di una bolla speculativa creata dalla Compagnie du Mississippi di Parigi che aveva diffuso false voci e fantasie su ricche opportunità d’investimento nella vallata meridionale del fiume americano Mississippi. La conseguente crisi economica e di fiducia nel sistema finanziario francese fu una delle cause dello scoppio della Rivoluzione Francese (1789-1799).

Analogamente ai mercanti olandesi in Indonesia, anche i mercanti inglesi si spinsero ad Oriente e, nel loro caso, occuparono ed amministrarono l’India a lungo; solo nel 1858 l’India venne nazionalizzata da parte della corona britannica.

Nel corso dell’Ottocento, il rapporto tra capitalismo e imperi si fece ancora più forte; a questo punto fu lo stato imperiale a badare agli interessi degli azionisti, senza che essi avessero il bisogno di costituire e governare direttamente colonie private. I governi divennero, nella pratica, un sindacato capitalista.

In nome del capitale, la britannica British East India Company e svariati affaristi inglesi fecero fortuna esportando oppio in Cina ed intossicando milioni di cinesi; in nome del “libero mercato“, l’impero britannico combatté in Cina la prima guerra dell’oppio (1840-1842). Questi sono gli effetti del lasciare mano libera al mercato. Il libero mercato non può garantire che i profitti vengano ricavati in modo giusto o redistribuiti in maniera equa. Al contrario, la brama di incrementare i profitti e la produzione acceca le persone come dimostrano la tratta degli schiavi attraverso l’Atlantico e lo sfruttamento della classe operaia in Europa.

sapiens da animali a dei (terza parte)

La rivoluzione industriale

La crescita economica non sarebbe stata possibile senza l’invenzione del motore a vapore. Questa tecnologia nacque nelle miniere di carbone della Gran Bretagna nel XVIII secolo e serviva ad estrarre l’acqua dal fondo dei canali delle miniere. Fu una invenzione grandiosa perché, da quel momento, il movimento non era solo prodotto dalla potenza muscolare umana, ma anche – e più produttivamente – da una macchina che utilizzava il vapore per muovere oggetti. L‘industria tessile ne fu rivoluzionata, sorsero i primi treni a vapore, l’agricoltura fu meccanizzata e ci furono cibo e vestiti per tutti. Purtroppo, però, anche le piante e gli animali cominciarono ad essere trattati come macchine, senza alcun rispetto per il loro benessere.

La rivoluzione industriale ha prodotto decine di cambiamenti radicali nella società: l’adattamento del quotidiano agli orari industriali, l’urbanizzazione, la scomparsa della classe contadina, la nascita del proletariato industriale, l’impoverimento delle persone comuni, la democratizzazione, la cultura giovanile, la disintegrazione del patriarcato. Tutti questi cambiamenti sono, però, poca cosa in confronto della più grande rivoluzione sociale che il genere umano abbia mai vissuto: il crollo del ruolo storico della famiglia e della comunità locale e la loro sostituzione con lo stato e il mercato.

Con la rivoluzione sociale, stato e mercati divennero i protettori e gli educatori dei loro cittadini, divenuti individui con diritti e doveri. La liberazione dell’individuo dalle strette maglie della famiglia e della comunità ha, però, avuto un prezzo; oggi molti si sentono alienati e minacciati dal potere che uno stato e un mercato impersonali esercitano sulle nostre vite.

Stati e mercati, tuttavia, nella loro interdipendenza commerciale e per evitare il suicidio dell’olocausto nucleare, hanno reso la guerra implausibile, almeno in gran parte del mondo e diversamente da quanto era successo fino alla metà del Novecento.



Nuovi orizzonti di felicità

Oggi disponiamo di condizioni economiche, sanitarie e politiche migliori rispetto ai nostri antenati, ma siamo più felici? Su cosa sia la felicità e che cosa la determini, molti studiosi si sono cimentati e continuano a farlo. Su una cosa sono tutti d’accordo: la felicità è indipendente dalle condizioni esterne.

Per i biologi, la felicità dipende dal nostro sistema biochimico, ossia dai livelli di serotonina, dopamina e ossitocina e dalle relative sensazioni soggettive da essi indotte; essi hanno ipotizzato l’esistenza di un sistema biochimico gioviale e di uno malinconico per cui, indipendentemente dalle situazioni esterne, le sensazioni di piacere non cambiano, mantenendosi – comunque – entro un certo range.

Concorda sull’idea che la felicità risulta da processi che avvengono dentro il nostro corpo e non da eventi del mondo esterno, una cultura plurimillenaria che ha studiato l’essenza e i fattori determinanti la felicità: il Buddhismo.

Secondo il Buddhismo, collegare la felicità alle nostre sensazioni piacevoli e la sofferenza a quelle spiacevoli è un’illusione che ci porta continuamente a cercare le prime ed evitare le seconde, in una sofferta corsa senza fine. Senza fine perché le sensazioni, qualunque esse siano, sono passeggere, cambiano ogni momento, come onde nell’oceano. Ci si libera della sofferenza, quindi si raggiunge una stabile felicità, ovvero una mente rilassata, chiara e appagata, non quando si prova questa o quella sensazione, ma quando si comprende la natura effimera di tutte le sensazioni e si smette di ricercarle. Questo è il fine della pratiche di meditazione buddhiste.

Insomma, la chiave della felicità sta nel capire che le nostre sensazioni sono soltanto vibrazioni effimere che cambiano ogni momento, come le onde dell’oceano; rincorrerle, pertanto, è solo una perdita di tempo che genera sofferenza infinita; quando la sensazione è piacevole non sei contento perché temi che questo piacere possa presto scomparire e vorresti perdurasse o fosse più intenso, quando la sensazione è spiacevole vorresti non si fosse neanche presentata e ti arrovelli per scacciarla.



Cosa ci aspetta nel futuro

I Sapiens non sono in grado di affrancarsi dai propri limiti biologici e questo può essere un bene, nella ricerca del miglioramento, ma anche un male, quando si procede a tentoni senza sapere cosa si vuole. La realtà è che stiamo causando la distruzione dei nostri compagni animali con le nostre attività intensive di allevamento e dell’ecosistema circostante, ricercando null’altro che il nostro benessere e il nostro divertimento e, per giunta, senza essere mai soddisfatti.

Nel corso dei millenni, i Sapiens hanno aumentato il loro potere senza sosta, come dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure cosa vogliono. Di questo passo, cosa ci aspetta nel futuro?!

Cinzia Malaguti

Bibliografia: Yuval Noah Harari, Sapiens, da animali a dèi, Milano, Bompiani, 2018 (nuova edizione riveduta)

Leggi anche:

Sapiens, da animali a dei (prima parte)

Sapiens, da animali a dei (seconda parte)