Sapiens da animali a dei (prima parte)

Quella che segue è la sintesi del bellissimo testo di Yuval Noah Harari sulla storia dell’umanità dal titolo Sapiens da animali a dei. Consiglio a tutti di leggerlo integralmente, intanto qui potete studiarne le parti salienti. La nostra storia inizia dalla consapevolezza che noi proveniamo dalla specie Sapiens del genere umano, appunto Homo Sapiens e che non eravamo l’unica specie del genere umano. Il testo mette in luce il vantaggio evolutivo più importante nella storia dell’umanità: l’immaginazione.

Sapiens da animali a dei. Da circa 2 milioni di anni fa e fino a circa 10.000 anni fa, il mondo era la casa, contemporaneamente, di diverse specie umane, tra le quali Neanderthal, Erectus, Denisova, per citarne alcune. Nonostante le molte differenze, tutte le specie umane condividevano alcune caratteristiche distintive: un cervello più sviluppato rispetto agli altri animali, la stazione eretta e i forti legami sociali.

sapiens da animali a dei

Come mai le altre specie umane si estinsero? Esistono due ipotesi: la teoria dell’ibridazione e la teoria del rimpiazzamento. La teoria più accreditata, tuttavia, le comprende entrambe ed è suffragata dalle recenti analisi del DNA di resti fossili di Homo Neanderthal. Sebbene avessero già popolato l’Africa orientale (la culla dell’umanità) 150.000 anni fa, i Sapiens cominciarono a penetrare in tutte le altre parti del pianeta e le colonizzarono a partire da circa 70.000 anni fa, in rari casi accoppiandosi con le specie umane esistenti e generando prole fertile, ma – per lo più – causando l’estinzione delle altre specie umane presenti, nella lotta per la spartizione delle risorse. Non è, però, che i Sapiens arrivarono e fecero terra bruciata, tutt’altro! Essi fecero un’esistenza anonima e ritirata a lungo, poi successe qualcosa di straordinario e questo qualcosa avvenne nel periodo che va da circa 70.000 anni fa a circa 30.000 anni fa.



LA RIVOLUZIONE COGNITIVA

Sapiens da animali a dei. Nel periodo che va da circa 70.000 anni fa a circa 30.000 anni fa avvenne qualcosa di sorprendente. Accidentali mutazioni genetiche modificarono le connessioni neurali del cervello dei Sapiens, consentendogli di pensare in forme prime inesistenti e di comunicare usando nuovi tipi di linguaggio, fu la rivoluzione cognitiva.

La rivoluzione cognitiva dei Sapiens, i nostri antenati, ebbe successo grazie alla scoperta della finzione; ad un certo punto, si cominciò a parlare di cose che non esistevano, non si parlava solo di cibo, leoni ed alberi, ma anche di miti, di dei, di ideali, di norme e di valori; si cominciò a dare libero sfogo all’immaginazione collettiva, a tutto ciò che possiamo immaginare, ma che non esiste realmente. Questa capacità di parlare di cose che non esistono ebbe – sin dal suo emergere – la forza di unire migliaia di persone verso obiettivi comuni e ciò diede ai Sapiens un vantaggio enorme sui Neanderthal. I Neanderthal riuscivano a condividere informazioni sulla posizione dei leoni, ma probabilmente non sapevano raccontare e modificare storie su spiriti tribali; non essendo capaci di comporre narrazioni che prescindessero dalla realtà, i Neanderthal non potevano cooperare efficacemente all’interno di comunità numerose, né potevano adattare il loro comportamento sociale a situazioni che cambiavano continuamente; così vennero annientati dai Sapiens più organizzati e flessibili.

I nostri antenati, i Sapiens, hanno vissuto per decine di migliaia di anni di caccia e di raccolta; solo negli ultimi duecento anni tanti loro discendenti hanno preso a guadagnarsi il pane vivendo nei centri urbani e negli uffici e, nei precedenti 10.000 anni, facendo gli agricoltori e i pastori. I discendenti dell’Homo Sapiens (cioè noi tutti) abbiamo cambiato il nostro stile di vita da pochissimo tempo, un battito d’ali, geneticamente parlando, tanto che il nostro cervello è rimasto quello dei nostri antenati cacciatori e raccoglitori. Non c’è, pertanto, da meravigliarsi se il nuovo ambiente, più ricco di risorse materiali e che ci offre vite molto più lunghe, ci fa sentire alienati, depressi e sotto pressione.



I nostri antenati cacciatori-raccoglitori vivevano in tribù che cooperavano tra di loro, per lo più. Il cacciatore-raccoglitore medio, rispetto alla maggior parte dei suoi discendenti moderni, possedeva conoscenze più ampie, più profonde e più variegate di tutto ciò che gli stava nelle immediate vicinanze. Nelle moderne società industriali la maggior parte delle persone non ha bisogno di conoscere granché del mondo naturale per sopravvivere, ognuno deve conoscere bene lo specifico e ristretto ambito di cui si occupa, mentre nell’era dei cacciatori-raccoglitori occorreva che tutti possedessero eccellenti qualità mentali per sopravvivere. Collettivamente gli umani oggi sanno di più di quanto sapessero i membri di un antico gruppo di Sapiens ma, a livello della singola persona, gli antichi cacciatori-raccoglitori sono stati gli individui più intelligenti e più abili di tutti i tempi. Alcune evidenze dimostrano come le dimensioni medie del cervello umano siano effettivamente diminuite dopo l’era dei cacciatori-raccoglitori; quando arrivò il tempo dell’agricoltura e dell’industria, l’individuo poté contare sempre di più sulle capacità di altri (ognuno per la sua specializzazione) e si aprirono così nuove “nicchie d’imbecillità”.

Il tipo di vita di un cacciatore-raccoglitore differiva molto da una regione all’altra e da una stagione all’altra, ma nel complesso pare che questi Sapiens abbiano trascorso un’esistenza più confortevole e gratificante di quella vissuta dalla maggior parte di contadini, pastori, operai e impiegati che sono venuti dopo di loro. Questo pare dovuto alla loro dieta sana e diversificata, alla settimana lavorativa relativamente breve e alla rarità delle malattie infettive, pur in presenza di una mortalità infantile molto alta, di periodi di carestia e di difficoltà varie non rare. Essi avevano un profondo legame con la natura e si ritiene avessero credenze animiste; per gli animisti sono esseri animati anche le rocce, gli alberi, i fiumi, i torrenti, ecc..



LA RIVOLUZIONE AGRICOLA

Sapiens da animali a dei. Per due milioni e mezzo di anni gli umani si sono nutriti cacciando animali e raccogliendo piante che vivevano e crescevano senza il loro intervento. Sempre alla ricerca di cibo e conoscenze, i nostri antenati cacciatori-raccoglitori erano nomadi; fu così che si propagarono dall’Africa orientale al Medio Oriente, all’Europa, all’Asia e, infine, all’Australia e alle Americhe. Tutto questo cambiò circa 10.000 anni fa, quando i Sapiens cominciarono a dedicare quasi tutto il loro tempo e le loro energie a manipolare l’esistenza di poche specie di piante e di animali. Questo lavoro era più gravoso e meno soddisfacente, ma essi pensavano che avrebbe fornito loro più carne, più frutti, più frumento.

Il passaggio all’agricoltura ebbe inizio in un periodo compreso fra il 9500 e l’8500 a.C. in una regione collinosa tra la Turchia e l’Iran; siccome non tutte le specie vegetali e animali erano addomesticabili, l’agricoltura iniziò a partite da punti focali dai quali si diffuse ovunque.

La vita da agricoltori era più faticosa e noiosa di quella, più varia e divertente, del cacciatore-raccoglitore. L’agricoltore medio lavorava più duramente del cacciatore-raccoglitore medio e, inoltre, aveva una dieta peggiore, poco variata; tuttavia, l’agricoltura si espanse perché realizzò un vantaggio demografico; la coltivazione del frumento permise di disporre di più cibo per unità di territorio e quindi consentì a Homo Sapiens di moltiplicarsi in misura esponenziale. Anche se c’era un’alta mortalità infantile e la vita di molte persone in spazi ristretti causava epidemie, le nascite erano di molto superiori ai decessi.

L’affermazione dell’agricoltura fu un fenomeno molto graduale che si svolse nell’arco di alcuni millenni, attraverso il cumulo di piccoli cambiamenti progressivi legati all’aspettativa di una vita più comoda, fino al punto che una generazione continuava per inerzia perché non ricordava di aver mai vissuto diversamente. Insomma, secondo questa accattivante ed interessante teoria, una serie di decisioni banali e contingenti, indirizzate principalmente a riempire un po’ di pance vuote e a guadagnare un po’ di sicurezza, ebbero l’effetto cumulativo di condannare gli antichi cacciatori-raccoglitori a trascorrere le proprie giornate trasportando secchi d’acqua sotto il sole cocente.

Fare l’agricoltore consentì alle diverse popolazioni di crescere così rapidamente che nessuna forma di società agricola avrebbe potuto di nuovo sostenersi se avesse optato per il ritorno alla caccia e alla raccolta. L’aumento della popolazione umana poneva, però, un quesito: come far cooperare tante persone che dovevano convivere in spazi ristretti e fare i conti con la stagionalità ed imprevedibilità dei raccolti? Mentre conflitti sociali e preoccupazioni circa il futura iniziarono a ricoprire un ruolo di primo piano nel teatro della mente umana, si sviluppò un comune credo in miti condivisi, l’immaginazione sviluppò un “ordine immaginario costituito” che permise di “tenere insieme” le persone. In fondo, crediamo in un particolare ordine (le leggi, la democrazia, il capitalismo) non perché sia oggettivamente vero, ma perché ci permette di cooperare efficacemente e di forgiare una società migliore.



Per comprendere la storia umana dei millenni successivi alla rivoluzione agricola, occorre capire come fecero gli umani ad organizzarsi in sistemi di cooperazione di massa, pur mancando degli istinti biologici necessari a sostenere tali sistemi. Essi crearono ordini immaginari gerarchici (uomini liberi e schiavi, ricchi e poveri, uomini e donne, bianchi e neri) per sapere subito come trattarsi a vicenda senza impiegare tempo e fatica a fare la reciproca conoscenza ed elaborarono sistemi di scrittura per compensare le limitate capacità mnemoniche della mente umana.

Tutte le società sono basate su gerarchie immaginarie che non necessariamente sono le stesse, ma sono sempre sortite da una circostanza casuale, compresa la gerarchia razziale nell’America moderna. Le gerarchie sociopolitiche difettano quasi sempre di un fondamento logico o biologico, non sono altro che la perpetuazione di eventi casuali supportati da miti.

Il mito del nero per natura inaffidabile, indolente e poco intelligente nacque in America dal bisogno di giustificare la schiavitù e determinò la segregazione anche dopo la sua abolizione perché le leggi discriminatorie generarono povertà e mancanza di istruzione tra i neri che non poterono così occupare posti prestigiosi. Il loro ricoprire occupazioni umili alimentò il pregiudizio culturale e giustificò la segregazione razziale che peggiorò, anziché migliorare, dopo l’abolizione della schiavitù. Un circolo vizioso simile a quello che ha retto per secoli la discriminazione di genere.

Alla base della discriminazione di genere c’è il sistema patriarcale che tiene in considerazione gli uomini molto più delle donne. Come dimostrano le tante donne che oggi occupano ruoli che le società patriarcali ritenevano riservati agli uomini, il sistema patriarcale si è basato su miti infondati, piuttosto che su dati biologici. Sorprende, al riguardo, però, la diffusione di tale sistema e la sua stabilità nel tempo. Come mai? Cosa successe? Questo ed altri saranno gli argomenti della Seconda Parte di questo meraviglioso viaggio nella storia dell’umanità. Sapiens da animali a dei continua.

Cinzia Malaguti

Bibliografia:

Yuval Noah Harari, Sapiens da animali a dei, Firenze/Milano, Giunti/Bompiani, 2018

Un pensiero riguardo “Sapiens da animali a dei (prima parte)

I commenti sono chiusi