Promessi Sposi, icona del 600 ma anche del 800

Promessi Sposi fu scritto da Alessandro Manzoni nel 1821, ma è ambientato nel ‘600 a Milano e per una ragione ben precisa. Manzoni espresse il suo patriottismo con il romanzo e senza incorrere nella dura censura del potere austriaco ottocentesco. Egli scrisse i Promessi Sposi parlando del ‘600, scrisse del passato, ma alludeva al presente. Il ‘600 in Italia fu un secolo dominato dagli spagnoli, così come ‘800 lo fu degli austriaci, non c’erano i bravi ma c’era la polizia politica, non c’erano i feudatari ma c’erano i funzionari. Manzoni scrisse i Promessi Sposi dopo aver fatto una ricerca storica approfondita e accurata del ‘600. Ripercorriamo insieme le parti salienti del romanzo ed i fatti storici che lo guidarono.



Chi era Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni (Milano, 1785-1873) era figlio di due famiglie illustri di Milano; la madre, Giulia Beccaria, era stata data in sposa a Pietro Manzoni, benestante, vedovo e molto più grande di lei, ma aveva da tempo una storia amorosa con Giovanni Verri. Era proprio Giovanni Verri il padre di Alessandro, ma Pietro, uomo pieno di dignità, riconobbe ugualmente il bambino e non gli fece mai mancare il suo appoggio. Dopo la fine della storia con Verri, Giulia si innamorò di Carlo Imbonati e con lui andò a vivere a Parigi, abbandonando il figlio all’età di 7 anni. Cresciuto in collegio, timidissimo e balbuziente, Alessandro rivide la madre solo a 20 anni, ma da quel momento fu lei il centro della sua vita. Giulia non lo lasciò più e visse insieme al figlio nella casa di Via Morone per il resto della sua vita. Fu la madre a scegliere per lui la moglie, Enrichetta Blondel. Enrichetta si convertì al cattolicesimo (era calvinista) coinvolgendo anche Alessandro, fino a quel momento piuttosto tiepido e, soprattutto, Giulia che, da anticonformista e libertaria, si mostrò teatrale anche nella conversione. In 26 anni di matrimonio, Enrichetta gli diede 10 figli, ma Alessandro, nella sua lunga vita, provò il dolore di vederne morire 8, alcuni giovanissimi.

Alessandro Manzoni visse nella casa di via Morone per 60 anni, ossia dal 1814 fino alla sua morte. Da adolescente scapestrato, era diventato un uomo pacato ed abitudinario. Al mattino scendeva al pianterreno dove aveva lo studio, accendeva personalmente il fuoco del camino, si serviva la cioccolata in tazza di cui era ghiotto e si metteva al lavoro; ogni pomeriggio usciva indossando il suo lungo tabarro, cappello e bastone, per una lunga passeggiata a passo di marcia. Fu una figura popolare tra i suoi concittadini e non svanì mai la sua passione politica e civile.

Alessandro Manzoni scrisse i Promessi Sposi nel 1821, in pieno periodo di dominio asburgico. Nel romanzo egli espresse il suo patriottismo sotto mentite spoglie, ossia ambientò le vicende nel Seicento, alludendo al presente (Ottocento). Egli conosceva il potere della censura e cercò di evitarla. D’altra parte, il Seicento spagnolo in Italia non era molto diverso dall’Ottocento austriaco, ossia entrambi i secoli furono caratterizzati da diseguaglianze, censure, violenze, caos, intimidazioni. I Promessi Sposi non incontrarono problemi di censura ed il romanzo ebbe grande successo di pubblico. Alessandro Manzoni si risposò, poi, con Teresa Borri, vedova con un figlio, che era innamorata più dello scrittore che dell’uomo. Nel corso del tempo, vennero a fargli visita nella casa di via Morone anche Garibaldi, Cavour, Verdi. In tarda età, Alessandro Manzoni accettò la nomina a senatore del regno. In occasione del primo anniversario della sua morte, avvenuta all’età di 88 anni, Giuseppe Verdi compose per lui Messa da requiem.



I Promessi Sposi e il Seicento

Conosciamo i protagonisti del romanzo: gli innamorati Renzo e Lucia, il nobile pretendente arrogante don Rodrigo, il pavido Don Abbondio, l’avvocato Azzecca-garbugli simbolo del cattivo funzionamento della giustizia, il padre spirituale Fra Cristoforo, l’Innominato delinquente rinsavito, i bravi cattivi della storia, la monaca di Monza. Il romanzo fonda su ampie ed approfondite ricerche storiche di ambientazione eseguite dall’autore presso l’Archivio di Stato e la Biblioteca Ambrosiana di Milano. Il secolo di riferimento è il Seicento, un anno di contraddizioni.

Il Seicento in Italia fu un secolo spagnolo in quanto Milano, Napoli, la Sicilia, la Sardegna, il piccolo stato dei presidi in Toscana erano direttamente sotto il dominio del re di Spagna, Filippo III, a cui successe Filippo IV della famiglia degli Asburgo. A sostenere il dominio spagnolo e a subirlo furono lo Stato della Chiesa, il Granducato di Toscana e la Repubblica di Genova. Solo la Repubblica di Venezia mantenne la sua indipendenza, mentre il Ducato dei Savoia cercò di barcamenarsi tra Spagna e Francia. Questa situazione durò dalla metà del Cinquecento fino all’inizio del Settecento con la nascita del regno indipendente delle due Sicilie e il passaggio di Milano all’Austria.

Durante il Seicento, nulla sembrava turbare questo stato di immobilità e torpore, ma bastò la crisi dinastica del piccolo ducato di Mantova e Monferrato perché la guerra dei 30 anni che dilaniava l’Europa continentale arrivasse anche nel nord Italia che, da quel momento, divenne terreno di scorribande degli eserciti spagnoli e francesi. Il risultato furono scontri e devastazioni, carestie ed epidemie. I governanti inviati da Madrid a Milano eccelsero in burocrazia e parassitismo, forti con i deboli e deboli con i forti. Ebbe ragione Alessandro Manzoni a definire il Seicento “un’età sudicia“. In Europa, il Seicento si concluse con il re Sole a Versailles in Francia, fu l’epoca in cui si affermò l’assolutismo e crebbe il divario tra nobili e borghesi. Il sistema di vita di chi governava era contrassegnato da lusso, vestiti e tappezzerie di seta lucida in tinte pastello, ornamenti in stile floreale, decorazioni su ogni superficie, sfarzo che spesso nascondeva il vuoto e la sporcizia. Ecco perché Alessandro Manzoni definì il Seicento “un’età sfarzosa oltre che sudicia“.



Le seterie nel Seicento lombardo

Alessandro Manzoni racconta nei Promessi Sposi che Renzo e Lucia erano occupati in un filatoio dove veniva lavorata la seta. Nel Seicento i filatoi erano diffusi in terra lombarda e per capirne la loro importanza nell’attività economica del Seicento è il caso di ripercorrere la storia della sericoltura.

La nascita della sericoltura è molto antica; è certo che abbia avuto origine in Cina e che gli imperatori cinesi cercassero di ostacolarne la diffusione. Gli antichi romani scoprirono l’esistenza della seta nel I secolo a.C. in Siria; queste stoffe furono molto apprezzate, pur costose, e si diffusero rapidamente in tutto l’Impero. Tuttavia, per più di cinque secoli, in Occidente nessuno ne conosceva l’origine, né se era di origine animale o vegetale, né come fosse possibile ottenerla. Era il segreto del baco da seta.

Il baco da seta si nutre di foglie di gelso: in attesa di trasformarsi in farfalla, si protegge costruendo intorno a sé un bozzolo costituito da un filo unico; nel Seicento, questo filo poteva arrivare fino a 500 metri, mentre oggi – dopo una serie di miglioramenti genetici – arriva a 1700 metri. I fili ottenuti, lavorati sapientemente, servono per fare tessuti brillanti, soffici e robusti. Tessuti e matasse arrivavano dall’Oriente attraverso quella che, nel 1800, venne chiamata la via della seta. Impossibile fu per i cinesi tenere il segreto del baco da seta per sempre; secondo gli storici antichi, furono due missionari di ritorno dalla Cina a portare a Bisanzio, nascoste in un bastone di bambù, uova di baco da seta, svelandone il mistero ed avviandone la produzione.

La lavorazione della seta conobbe una vera rivoluzione grazie ad un macchinario, il torcitoio circolare, che attorcigliando i filamenti li rende più robusti. Furono i crociati a trafugarlo per portarlo in Europa e, nel corso dei secoli, venne perfezionato. Anche Leonardo da Vinci studiò il modo per renderlo più efficiente. Impegnati al torcitoio erano solo uomini. All’inizio del Seicento, le seterie milanesi persero manodopera specializzata che preferì trasferirsi nel bergamasco, dove le paghe erano più alte. Anche Renzo e Lucia vi si trasferirono dopo il matrimonio.

I duelli ai tempi di Renzo e Lucia

Nel Seicento raccontato da Manzoni nei Promessi Sposi, quando per strada scoppiava una lite, si andava subito per le spicce, impugnando le armi, risse in cui era frequente il morto. Anche nella realtà, il Seicento fu un’epoca molto sanguinaria e violenta, tant’è che in tutta Europa si contarono migliaia di morti e tutti i vari reggenti emanarono, spesso inutilmente, degli editti per cercare di limitarne l’uso. L’arma tipica era una lunga spada e si usava la cappa, un mantello che – durante il combattimento – veniva messo sul braccio per parare i colpi oppure lanciato verso l’avversario per distrarlo e colpirlo a sorpresa.

Nel romanzo, Fra Cristoforo prendeva facilmente in mano la spada, almeno inizialmente; poi succede che Lucia si confida con lui della difficoltà della sua relazione amorosa con Renzo e delle intromissioni di don Rodrigo, fu così che prende a cuore la situazione e spera che un suo intervento possa convincere don Rodrigo a ritornare sui suoi passi. Intanto, i due promessi sposi tentano inutilmente un matrimonio a sorpresa davanti a don Abbondio. Renzo è costretto a rifugiarsi nel convento dei Cappuccini di Milano, mentre Lucia si rifugia nel convento di Monza.

La monaca di Monza, una storia vera

Alessandro Manzoni racconta nei Promessi Sposi che quando Lucia scappò dalle grinfie di don Rodrigo e don Abbondio, si rifugiò nel convento di Monza, dove viveva anche Mariana de Leyva, la famosa monaca di Monza. La monaca di Monza è una figura realmente esistita.

La monaca di Monza si chiamava Marianna de Leyva e nacque nel 1573 a Milano. Rimasta orfana di madre in tenera età, fu subito destinata al convento; a soli 13 anni entrò nel Monastero di Monza, l’attuale Chiesa di San Maurizio. Nel 1591 prese i voti diventando Suor Virginia Maria. Durante le sue passeggiate nel cortile del monastero, vide che il vicino Gian Paolo Osio amoreggiava con una sua educanda; la ragazza venne subito allontanata dal monastero e Osio, accusato di aver ucciso un agente fiscale della famiglia de Leyva, probabilmente per vendetta, fuggì da Monza. Dopo un anno ottenne la grazia dalla stessa suor Virginia Maria e ritornò a casa. Con la complicità delle altre suore, Osio riuscì ad incontrare suor Virginia Maria per ringraziarla e scoppiò l’amore tra i due. La situazione precipitò ed Osio commise anche degli omicidi per nascondere la storia, provò ad uccidere persino le suore complici dell’amore tra lui e suor Virginia, ma ormai era troppo tardi per nascondere. Suor Virginia Maria ebbe una figlia. Osio venne assassinato e suor Virginia Maria con le compagne di convento vennero imprigionate e condotte al Bocchetto di Milano. Tutti gli accusati vennero interrogati da Lancillotto, un vicario criminale esperto in casi di stregoneria ed eresia. Suor Virginia venne murata viva nel Convento di Santa Valeria a Milano, in una stanza di 2 x 3 metri. Dopo 14 anni di segregazione disumana, suor Virginia Maria venne graziata dal cardinale Borromeo e liberata. Rimase nel convento di Santa Valeria fino alla sua morte che avvenne nel 1650.

promessi sposi
La Monaca di Monza in un dipinto di Mosé Bianchi (1865)

Non c’è da stupirsi se la vocazione di Marianna, come di altre monache, fosse così labile perché non era una vera vocazione. Essere obbligate a diventare monache era una consuetudine durata fino all’Ottocento e alla base vi era la legge del maggiorasco. Questa legge medievale decretava che, quando moriva il capo-famiglia, tutta l’eredità passava al primogenito maschio. Gli altri maschi dovevano arrangiarsi e, non potendo contare sui beni di famiglia, spesso abbracciavano la carriera militare o quella ecclesiastica. La situazione delle figlie femmine era più complicata; esse, per lo più, non potevano sposarsi perché non tutte disponevano di una dote sufficiente, allora rimanevano zitelle in casa oppure venivano rinchiuse in convento, costrette a farsi monache. E’ anche il caso della famiglia in cui cresce Alessandro Manzoni; da bambino visse in mezzo a sei zie nubili e tra le quali c’era proprio una ex-suora, Paola, che divenne poi una fan accanita di Napoleone quando l’imperatore soppresse i conventi.

Nei Promessi Sposi si racconta che don Rodrigo voleva Lucia a tutti costi, così incarica l’Innominato di rapirla dal convento di Monza. L’Innominato porta Lucia al Castello di Brignano, ma è inquieto ed ha un ripensamento, così va a colloquio con il cardinale Borromeo, pentendosi del male che ha fatto. Alla fine decide di liberare Lucia. Lucia, nel frattempo, aveva fatto un voto di verginità qualora fosse stata liberata.

Il cardinale Federico Borromeo

Alessandro Manzoni racconta nei Promessi Sposi che l’Innominato, pentito dei suoi malaffari, chiede consiglio al Cardinale Borromeo. Anche il cardinale Federico Borromeo è una figura realmente esistita e si deve a lui la fondazione della Biblioteca Ambrosiana. Nei primi anni del Seicento, quando Federico era arcivescovo di Milano, mise a disposizione del pubblico i suoi 30.000 (ca) libri a stampa e i suoi 14.000 (ca) manoscritti, relativi ad ogni sapere. Da allora, la Biblioteca è cresciuta, i manoscritti sono ca 36.000 ed i libri a stampa oltre 1 milione. Borromeo regalò alla città anche la sua raccolta di opere d’arte pittoriche che costituiscono il centro della Pinacoteca Ambrosiana. Il suo gusto artistico si era formato negli anni giovanili a Roma. La Biblioteca Ambrosiana custodisce anche il Codice Atlantico (così chiamato per le dimensioni da atlante) di Leonardo da Vinci e la Canestra di frutta di Caravaggio.

La realtà della carestia e dell’assalto al panificio

Alessandro Manzoni racconta nei Promessi Sposi l’assalto al panificio del 11 novembre 1628 al quale assiste Renzo. Questo fatto, realmente accaduto, segnò un periodo molto difficile per la popolazione affranta dalla carestia. Alla cattiva annata dovuta alle condizioni climatiche, si aggiunsero le razzie nelle campagne delle truppe francesi e spagnole che volevano mettere le mani sul ducato di Mantova e Monferrato in crisi dinastica. I contadini erano tentati di abbandonare le terre, il grano scarseggiò e il prezzo del pane aumentò. Di fronte alle proteste, il cancelliere di Milano, lo spagnolo don Antonio Ferrer, impose un calmiere, cioè un prezzo basso fisso e obbligatorio per il pane; la conseguenza fu la corsa ai forni per accaparrarsi il pane e la farina, così i fornai esaurirono rapidamente le scorte. Si diffuse, tuttavia, una fake news, ossia che non era la farina a scarseggiare, ma i fornai che la nascondevano per far alzare il prezzo, da qui l’assalto ai forni.

Cosa mangiavano nel Seicento

Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi scrive della polenta bigia che veniva mangiata abitualmente. Era chiamata polenta bigia la polenta fatta con il grano saraceno, il cibo principe dei poveri, poi c’era il pane di mistura fatto con riso e miglio. Le differenze sociali nel Seicento si riflettevano anche nel modo di mangiare. La mensa dei signori aveva carne arrosto, la mensa dei contadini, invece, la carne – quando c’era – veniva stufata o cotta nel brodo. Il vino non mancava mai neanche sulle tavole dei più poveri e veniva preferito all’acqua perché quest’ultima non sempre era potabile. Al vino, inoltre, si davano virtù curative, oltre che igieniche.

Nel Seicento era passato più di un secolo dalla scoperta delle Americhe e in Europa erano arrivati tanti prodotti nuovi, ma stentavano ad affermarsi perché dovevano trovare un posto nell’alimentazione tradizionale. La patata si diffuse solo nel Settecento, quando prese il posto delle rape o quando venne usata per fare gnocchi al posto delle molliche di pane. Il pomodoro trovò un posto nella cucina quando venne trasformato in una salsa da usare con le carni o, più tardi, con la pasta. Il cacao trovò un posto nell’alimentazione europea quando si inventò un modo per addolcirlo aggiungendovi lo zucchero, la spezia preferita dai ricchi del Seicento. Il peperoncino entrò nell’uso alimentare, soprattutto popolare, prendendo il posto delle spezie dei ricchi, quindi per ottenere il piccante. Il mais, già nella seconda metà del Cinquecento era conosciuto e usato dai contadini veneti per fare la polenta, ma era un cibo locale, nel resto del nord Italia la polenta si faceva con il grano saraceno, come ben descrive Manzoni nel suo romanzo.

La peste

Nel 1630 ci fu un picco di peste. Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi dà molta importanza alle misure prese dalla città di Milano per contenere il contagio, descrivendo il lazzaretto dove andavano i malati. Manzoni descrive anche le figure di coloro che avevano il compito di impedire il propagarsi del contagio trasportando malati e cadaveri e allontanando gli untori in un clima di isteria collettiva; erano chiamati monatti. Renzo rischia il linciaggio per strada perché accusato ingiustamente di essere un untore. Nel lazzaretto, Renzo incontra Fra Cristoforo che si da da fare per aiutare i malati; anche don Rodrigo è ammalato di peste e muore. Renzo, guarito dalla peste, trova Lucia, ma lei aveva fatto un voto di verginità.

Il lieto fine

Giungiamo così al lieto fine dei Promessi Sposi. Renzo, dunque, trova Lucia, ma lei aveva fatto un voto di verginità che poi Fra Cristoforo scioglie. Renzo e Lucia possono così sposarsi.

Buona vita!

Cinzia Malaguti

Fonti bibliografiche e/o videografiche: Ulisse, il piacere della scoperta: Viaggio nel mondo dei Promessi Sposi