Era vichingo il primo europeo che mise piede in America

La storia del primo europeo che mise piede in America inizia in Norvegia, continua in Islanda e poi in Groenlandia, per giungere infine nell’antica Vinland, oggi Terranova, in territorio canadese, verso l’anno 1000.

Quel primo europeo si chiamava Leif Eriksson, vichingo nato in Islanda nel 970 circa, dove i suoi antenati, provenienti dalla Norvegia, si stabilirono. Il padre di Leif era Erik il Rosso, il primo scandinavo a viaggiare dall’Islanda alla costa orientale della Groenlandia con l’intento di colonizzarla. La partenza di Erik il Rosso dall’Islanda fu un po’ forzata perché nel 982 fu esiliato con l’accusa di omicidio; fu allora che decise di fare rotta verso la terra avvistata in precedenza da un suo lontano parente.

Erik il Rosso raggiunse la Groenlandia e la chiamò Groenland, “Terra Verde”, perché effettivamente all’epoca l’isola, almeno la zona costiera meridionale, era ricoperta di vegetazione. Tra il 985 e il 986, gli scandinavi stabilirono in Groenlandia la loro prima colonia.

Vi sembra strano leggere di Groenlandia quale “terra verde”? Non è strano, perché dal IX al XIV secolo, quindi in epoca medioevale, si verificò un aumento delle temperature che sciolse buona parte dei ghiacci nelle zone artiche; questo “periodo caldo medioevale” permise la navigazione, quindi esplorazioni e colonizzazioni in quelle terre oggi inospitali.

L'Anse aux Meadows, ricostruzione delle abitazioni vichinghe
L’Anse aux Meadows, Canada, ricostruzione delle abitazioni vichinghe

La Groenlandia era sì verde, ma sprovvista di alberi, così tanto necessari ai vichinghi per ottenere il legname di cui avevano bisogno per costruire case e barche. Fu così che il figlio di Erik, Leif, decise di salpare verso ovest in cerca di legname, raggiungendo Vinland (“terra del vino”) nelle Americhe, oggi Terranova, chiamata così dallo stesso Leif per le sue viti selvatiche. La zona in cui Leif Eriksson insediò la sua colonia in America non è stata identificata; fino ad oggi è emerso soltanto l’insediamento scandinavo di L’Anse aux Meadows, a Terranova, Canada. A causa dell’ostilità dei nativi, Leif Eriksson non si fermò a lungo nelle Americhe; fece ritorno in Groenlandia appena qualche mese prima che il padre Erik morisse per un’epidemia, lasciandolo alla guida della comunità di Brattahlid.

Le colonie vichinghe in Groenlandia furono successivamente abbandonate, presumibilmente a causa del raffreddamento del clima, iniziato verso il 1300. L’ultima colonia, abbandonò la Groenlandia probabilmente verso il 1400; le ultime notizie scritte giunte fino a noi risalgono al 1408 e si riferiscono alla registrazione di un matrimonio. Gli unici abitanti che rimasero in Groenlandia furono i thule, popolo giunto dall’Alaska, la cui evoluzione culturale avrebbe dato origine agli odierni inuit, che hanno saputo adattarsi al clima rigido e inospitale.

Museo delle Navi Vichinghe di Oslo, la nave Oseberg
Museo delle Navi Vichinghe di Oslo, la nave Oseberg

La colonizzazione di quelle terre artiche era basata sulla particolare nave da trasporto vichinga: il drakkar, l’imbarcazione tra le più rapide e manovrabili del tempo. Il drakkar era lungo circa 25 metri, stretto, un pescaggio poco profondo, una vela rettangolare montata su un unico albero e una polena minacciosa; siccome il ferro era molto scarso e mancavano i chiodi in metallo, gli scandinavi inchiodavano le tavole delle imbarcazioni con puntine di legno legate con fanoni di balena.  Potete ammirare queste antiche imbarcazioni dei vichinghi al Museo delle Navi Vichinghe di Oslo, dove i “pezzi forti” della collezione sono la nave di Oseberg e la nave di Gokstad, entrambe risalenti al IX secolo; io ci sono stata e devo dirvi che questi antichi “dragoni del mare” sono davvero impressionanti.

Cinzia Malaguti

 

Bibliografia:

F. Bailon, Vichinghi, Storica NG, nr. 82

J. Diamond, Collasso. Come le società scelgono di morire, Torino, Einaudi, 2005

F. Pohl, I vichinghi e la scoperta perduta, Milano, Pgrego, 2013

M. Scovazzi (trad.), Saga di Erik il Rosso, Palermo, Sellerio, 2010

 

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