Chi sono i Rom – la storia

Chi sono i Rom – la storia

Sono una Gagia, ossia una non-rom, ma odio i pregiudizi ed il razzismo mi urta i nervi. Amo informarmi e studiare la storia dei popoli, a maggior ragione se discriminati, minoranze e diversi per cultura, lingua, vestiti, abitudini. Il libro Rom, genti libere – Storia, arte e cultura di un popolo misconosciuto di Santino Spinelli ripercorre la storia di queste genti provenienti dall’India, ne racconta le vicissitudini e la cultura, le strategie di sopravvivenza e la fierezza, attraverso ricerche e raccolte di documenti. Quello che segue è ciò che ho imparato leggendo questo libro-saggio che apre la mente.



Chi sono i Rom – la storia

L’origine indiana e le prime migrazioni

Rom, Sinti, Kalè, Manouches e Romanichals sono i nomi di comunità romanès che formano la popolazione romanì. La popolazione romanì è di origine indiana, più precisamente del Nord-Ovest dell’India. Le affinità e le analisi linguistiche, alcune pratiche religiose, gli studi genetici, alcuni tratti culturali, i lineamenti somatici e le recenti acquisizioni accademiche lo hanno confermato. Tra il III e il XIII secolo, singoli gruppi, da regioni diverse e in diverse epoche, furono spinti in un esodo verso Occidente attraversando la Persia, l’Armenia e l’Impero Bizantino. In Persia le differenti tribù e comunità di origine indiana vennero a formare una popolazione denominata Dom, che si differenziava da quella ospitante.

Le prime migrazioni dall’India verso la Persia risalgono al III secolo e furono spontanee, alla ricerca di luoghi più ricchi, sicuri e prosperosi, un po’ come accade oggi con gli extracomunitari che arrivano in Europa con il miraggio di una vita migliore rispetto alle prospettive dei luoghi d’origine. Nei secoli successivi, l’instabilità politica, le difficoltà sociali, le carestie e le innumerevoli incursioni militari con conseguenti deportazioni, determinarono – in epoche e in situazioni differenti – emigrazioni forzate verso le regioni più occidentali. Dopo la conquista della Persia da parte degli Arabi, i Dom continuarono la ricerca di uno spazio vitale e sicuro  e si rimisero in marcia; fu così che dalla Persia un numero consistente di Dom emigrò seguendo tre direzioni principali: un gruppo andò verso Armenia e Georgia (nord-ovest), un altro si diresse verso Siria e Palestina (sud-ovest) e il più numeroso si diresse a ovest verso Asia Minore e Penisola Anatolica Armena, penetrando nell’Impero Bizantino.

Il termine Dom che identificava un gruppo eterogeneo di origine indiana in Persia, cambiò – per influenze linguistiche – in Lom nei territori di lingua armena e in Rom nell’Impero Bizantino, dominato dalla lingua greca.

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Le migrazioni nella Penisola Balcanica e la schiavizzazione nei territori rumeni

I documenti fanno risalire all’XI secolo le migrazioni verso la penisola Balcanica, allora facente parte dell’Impero Bizantino. I romanès arrivarono nell’Impero Bizantino in piccole comunità (probabilmente famigliari) e a ondate successive. Si insediarono nei territori balcanici a macchia d’olio, in quanto sono diversi i luoghi dove vennero avvistati e descritti. Nei territori balcanici le comunità romanès vivevano in condizioni difficili, ma praticavano diverse attività e diversi mestieri, i loro membri erano citati come fabbri e artigiani, maniscalchi e lavoratori di metalli. Le comunità romanès, seppur emarginate, arrivarono nelle regioni balcaniche come persone libere, ma nei Principati Rumeni o Danubiani vennero schiavizzate. La schiavitù nei Principati Rumeni fu un fatto locale che riguardò solo una parte della popolazione romanì, ovvero solo coloro che ebbero la sventura di entrare in quei territori o di essere portati lì con la forza dopo razzie militari. La schiavizzazione nei territori rumeni ebbe inizio nel 1340, quando i nobili serbi donarono alcune famiglie romanès al monastero ortodosso della Santa Vergine di Tismana, nei Carpazi; la schiavitù dei Rom si estese poi ad altre categorie sociali, ma fu l’avvallo della Chiesa Ortodossa che consolidò, di fatto, questa pratica che durò per cinquecento anni.



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Le migrazioni in Europa Occidentale e in Italia 

Dall’inizio del XV secolo, quando ormai i territori balcanici erano passati sotto la dominazione turca, molte comunità romanès si mossero verso Occidente e si sparpagliarono un po’ in tutti i paesi europei, sempre in cerca di uno spazio vitale e sicuro. In Italia le comunità romanès erano già conosciute fin dalla seconda metà del XIV secolo in Abruzzo e nel Meridione. L’arrivo delle comunità romanès in Europa occidentale fu vissuto dalle popolazioni locali, inizialmente, con stupore e curiosità. Il modo di vivere, di vestire, di parlare e di comportarsi di questi sconosciuti che sfuggivano a qualsiasi controllo sociale, certamente appariva “strano” agli europei; proprio perché non inquadrabili negli schemi sociali e culturali europei, alla curiosità iniziale subentrarono, nei loro confronti, timori e ostilità.

Le comunità romanès arrivate in Europa occidentale, si sentivano finalmente libere, con pochi mezzi e con i loro famigliari erano alla ricerca di nuovi orizzonti e di nuovi spazi vitali e sicuri, dopo l’esperienza nei territori balcanici; avevano conosciuto, da una parte, la minaccia della schiavitù e, dall’altra, il terrore delle continue guerre nei territori dei nuovi conquistatori ottomani; ma l’incomprensione e i risvolti politici e sociali portarono gli europei ad adottare, nei loro confronti, misure repressive spesso disumane, i cui danni sono evidenti ancora oggi. La repressione, dunque, fece seguito alla diffidenza e alle accuse cosicché anche quando si guadagnavano da vivere onestamente e mostravano volontà d’integrazione, la situazione non cambiava. Le attività di cui erano capaci e che avevano costituito il loro tradizionale repertorio di lavoro, ossia l’allevamento dei cavalli, il battere il ferro, il produrre utensileria varia in rame e in ottone, il mestieri di maniscalchi, l’arte di musicisti, di giocolieri, di intrattenitori e di divinatori entravano in concorrenza con le corporazioni di mestieri che mal sopportavano quelle attività che costituivano una minaccia al loro monopolio. Inoltre, molte attività erano considerate, a quel tempo, immorali; la forgia dei metalli, ad esempio, di cui i membri delle diverse comunità romanès erano maestri, era dotata di un’aura di mistero e di magia, per via dell’utilizzo del fuoco, sacro e demoniaco. In pieno Rinascimento furono applicate nei loro confronti misure repressive disumane (fustigazione pubblica, marchio a fuoco, taglio del naso e delle orecchie, galera a vita o morte per impiccagione) che li portarono a girovagare per trovare un posto tranquillo; questo continuo girovagare difensivo e pacifico fu scambiato per nomadismo e, ancora oggi, nonostante l’era della comunicazione e della tecnologia avanzata, l’opinione pubblica ha questa errata considerazione della popolazione romanì.

Nel XVIII secolo, nell’età dell’Illuminismo, non si pensò più di ammazzarli impunemente, cacciarli o deportarli, ma si tentò di assimilarli forzatamente, spogliandoli di tutte le loro tradizioni. Questo tentativo di annullarli come popolo e di assimilarli senza rispettarli culturalmente, naturalmente fallì e le comunità romanès scapparono. Le comunità romanès non accettavano e non accettano non l’integrazione, ma il “modo” in cui questa viene richiesta, ovvero attraverso una coercitiva assimilazione che presume una totale e umiliante spersonalizzazione. Ancora oggi, tutte le iniziative in cui le comunità romanès non sono coinvolte davvero, sono destinate al fallimento. Troppo spesso, esse sono dirette, più che alla popolazione romanì, agli interessi della popolazione locale o favoriscono le associazioni coinvolte attuando, di fatto, un neocolonialismo mascherato. Un retaggio, mai davvero superato, delle politiche repressive del passato.

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Il genocidio del XX secolo 

La persecuzione delle comunità romanès su base etnica raggiunse il suo apice nella prima metà del XX secolo con la deportazione, la sottrazione dei figli ed il genocidio di migliaia di Rom e Sinti nei campi di concentramento. Tuttavia, il seme di questa politica di annientamento risale alla fine dell’Ottocento quando iniziarono a svilupparsi teorie in difesa della “purezza della razza” che furono le basi per le teorie razziste e influenzarono i politici, già prima di Hitler, nell’attuazione di provvedimenti contro le famiglie romanès. La cattiva predisposizione delle popolazioni europee verso i “diversi” in generale e le comunità romanès in particolare, i forti sentimenti nazionalistici che pervasero il continente europeo, gli studi paranoici e la propaganda politica portarono all’affermazione delle teorie nazi-fasciste della superiorità razziale. Le misure repressive iniziarono ad avere un carattere persecutorio e furono attivate sistematicamente sulla popolazione romanì con crescente ferocia e disumana perseveranza, su base etnica, così come successe alla popolazione ebrea.

Il primo campo nomadi fu creato a Colonia, in Germania, nel 1935; le famiglie romanès furono radunate per poterle controllare e per separarle dalle famiglie tedesche. I campi nomadi che proliferano oggi in Italia sono un retaggio di quella cultura e soddisfano le stesse esigenze.

Durante il XX secolo, in tutta Europa si inasprirono, dunque, le misure repressive contro Rom e Sinti; dallo status di cittadini di seconda classe, controllati nei campi nomadi e senza diritti, si passò ai campi di sterminio, alla soluzione finale di annientamento che condivisero con gli Ebrei. Ad Auschwitz, come negli altri campi di concentramento, morirono milioni di Rom e Sinti per le condizioni disumane, nelle camere a gas o nei raccapriccianti esperimenti pseudo-medici, schedati in base all’etnia non europea; subirono sterilizzazioni di massa e furono usati come schiavi nella macchina bellica nazi-fascista. Nonostante tutto questo e nonostante il massacro che li riguardò ebbe gli stessi motivi e gli stessi metodi riservati agli Ebrei, alla popolazione romanì non fu data voce alcuna nel dopoguerra e nessun Rom o Sinto fu invitato al processo di Norimberga nel 1945 per accusare i propri carnefici.

Sopravvissuti Rom nel campo di concentramento di Bergen Belsen (Germania) durante la liberazione

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Dal dopoguerra ai campi nomadi in Italia

Dal dopoguerra e dopo l’entrata dei paesi dell’Est europeo nella Comunità Europea, molti Rom che arrivano in Italia sono relegati nei campi nomadi, ubicati sotto i tralicci dell’alta tensione o nei pressi delle discariche o nei quartieri degradati e malsani; le autorità giustificano queste discriminazioni con mistificazioni del tipo “è nella loro cultura” o “sono loro che non vogliono integrarsi“. In realtà, i campi nomadi fruttano economicamente agli operatori interessati alla loro gestione che hanno tutto l’interesse a mantenerli e a mantenerli in uno stato di allarme e di bisogno.

Per quanto riguarda il nomadismo, esso è una mistificazione, ossia una deformazione della realtà, perché la storia ci dice che la mobilità delle comunità romanès è sempre stata coatta, diretta conseguenza delle politiche persecutorie attuate, sistematicamente, da tutti gli Stati. Le comunità di Rom, Sinti, Kalè, Manouches e Romanichal non potevano insediarsi stabilmente in nessun luogo; erano costrette a essere girovaghe, sia per evitare le violenze che le misure repressive; sono state obbligate a vivere alla macchia, lontane dalle città in una perenne situazione di disagio e di emarginazione e soprattutto private di qualsiasi diritto. Ma la propaganda continua a mistificare la realtà. I campi nomadi, in quanto ghetto, creano ricettacoli di attività illegali e un’economia di sopravvivenza che, a loro volta, creano dipendenza. Le famiglie romanès più deboli restano “schiave” di questa dipendenza. Il quadro che ne viene fuori è disumano e drammatico, certamente indegno di un paese civile. I campi nomadi, in ultima analisi, sono uno strumento politico di annientamento culturale (lo stesso perseguito dai nazi-fascisti). Con il ghetto non ci può essere integrazione, ma solo segregazione e degrado.



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La Romfobia

La Romfobia, ossia la diffidenza e la paura sociali verso i Rom, è funzionale ai campi nomadi, all’isolamento delle comunità romanès, quindi alla loro discriminazione. I luoghi comuni e le falsità, le mistificazioni e gli stereotipi negativi sono necessari e funzionali alla creazione di un capro espiatorio su cui veicolare le frustrazioni della società maggioritaria, in una sorta di distrazione di massa pilotata. Non è un caso che la romfobia, così come il razzismo, aumentino nei periodi in cui la società economicamente e/o politicamente è più fragile. Tutto passa attraverso la diffidenza e il rifiuto del mondo e della cultura romanès (il diverso!), condannandoli senza conoscerli né comprenderli realmente. Ovviamente la frustrazione e l’emarginazione producono situazioni di illegalità, ma sono la logica conseguenza della negazione dei diritti umani fondamentali e della discriminazione e non espressioni culturali.

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Le strategie di sopravvivenza

Alle continue e durissime politiche repressive attuate da tutti gli Stati europei, la popolazione romanì ha opposto pacifiche e astute strategie di difesa. Le comunità romanès alle persecuzioni, spesso crudeli, non hanno risposto né con la guerra, né con la guerriglia, né tanto meno con il terrorismo, questo fondamentalmente perché la cultura romanì è pacifista. La popolazione romanì va inclusa tra i popoli-resistenza, ossia tra i popoli che riformulano permanentemente ogni elemento di contatto con le società maggioritarie per elaborare valide strategie di sopravvivenza, non solo fisica, soprattutto identitaria. Fra le strategie di sopravvivenza vanno annoverate: la solidarietà verso la famiglia d’appartenenza, il rafforzamento dei rapporti interni al gruppo e l’evitamento di matrimoni misti, la conservazione in clandestinità della lingua e della cultura romanì, la passività o l’autoesclusione, il furto, la mendicità, il raggiro, la divinazione e la continua mobilità.

Anche il furto rientra in una strategia di sopravvivenza. E’ il mezzo attraverso il quale le comunità romanès più emarginate e disadattate possono centrare due obiettivi: procacciarsi mezzi per la sopravvivenza e allo stesso tempo colpire i Gage (i non-rom) nei loro beni materiali, sapendo che essi vivono tutta la vita in funzione della proprietà. Il furto rappresenta, così, una forma di guerriglia da perseguitato e una forma di concreta rivalsa. Diventa anche un mezzo per spezzare quella sindrome di accerchiamento di cui le comunità romanès emarginate soffrono. I Rom fra di loro non rubano, quindi il furto non è un tratto culturale. Non ci si indigna all’interno del gruppo se si deruba il Gagio, anzi, viene vissuto come un risarcimento, poiché è il nemico che li discrimina e li reprime. Non è un caso che un Gagio che diventa amico dei Rom, viene rispettato più dei Rom stessi.

Anche il raggiro va inquadrato in quest’ottica. L’abbindolamento è una forma di rivalsa non tanto economica, ma soprattutto morale e psicologica e il Gagio raggirato è oggetto di scherno nella sferzante satira romanì. Ovviamente, il Gagio amico e rispettoso, viene rispettato.

La mendicità è una delle fondamentali strategie di sopravvivenza ed è una forma di resistenza. Quando la popolazione romanì venne fatta continuo oggetto di violenza, non potendo né volendo reagire con le armi, ha ripiegato su atteggiamenti apparentemente umili o, meglio, considerati tali dai Gage. In pratica, avevano capito che la mendicità era considerata una forma di sottomissione ed umiliazione, così esercitandola sarebbero stati lasciati in pace.

Anche l’arte divinatoria, la creazione di falsi misteri e la menzogna hanno contribuito a difendere la cultura romanì, nascondendola e rendendola impenetrabile al mondo esterno, proteggendola.

Termino questa prima parte dedicata alla storia delle comunità romanès, sottolineando che la loro integrazione-interazione passa attraverso la valorizzazione della loro storia e cultura e attraverso la valorizzazione degli stessi Rom.

Non perdere la seconda parte di Chi sono i Rom, Chi sono i Rom – la cultura.

Cinzia Malaguti

P.s.: alcuni paragrafi, particolarmente significativi, li ho riportati dal libro-saggio di Santino Spinelli nella loro integrità.

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