Viaggio tra i giganti di pietra

Questo viaggio tra i giganti di pietra è un percorso di scoperta di alcune civiltà del passato. Seguiremo le tracce dei giganti di pietra che queste civiltà costruirono e che sono giunti fino a noi: i Moai dell’Isola di Pasqua, i Megaliti Europei, le Piramidi Egizie, le Piramidi dei Maya e la città scavata nella pietra dei Nabatei. Attraverso alcune di queste storie, capiremo che il mancato rispetto della natura e dei suoi equilibri può trasformare popolazioni prosperose in tragedie senza ritorno.



I giganti di pietra dell’ISOLA DI PASQUA: nascita, apice e scomparsa di una civiltà

L’Isola di Pasqua si trova a 3700 km dalla costa del sud America e oggi appartiene al Cile. Fu l’olandese Jakob Roggeveen a battezzarla così nel 1722, perché sbarcò sull’isola il giorno della vigilia di Pasqua. E’ una piccola isola vulcanica a forma di triangolo con tre vulcani spenti ai suoi tre vertici; è vulcanica, come quasi tutte le isole dell’oceano Pacifico. I tre vulcani principali che la formano iniziarono la loro attività sul fondo del mare, tra i 10 e i 12 milioni di anni fa; la lava nel tempo si è accumulata creando rilievi di ben 3000 metri che sono poi emersi dalle acque e si sono saldati tra di loro formando un’unica isola; se non fosse circondata dall’acqua, l’isola ci apparirebbe come una grande montagna alta 3500 metri. Appena emersa dalle acque, era un ammasso di pietra lavica, ma nel corso di migliaia di anni il suo territorio si ricoprì di una foresta lussureggiante.

Chi erano gli abitanti

Quando da noi crollava l’Impero Romano, qui nell’Isola di Pasqua arrivarono i primi coloni, tra il 400 e il 500 d.C.. Non è ancora certo da dove arrivassero, c’è chi sostiene la provenienza dalla costa sudamericana, ma la maggioranza degli archeologici sostiene l’ipotesi polinesiana. Sono diverse le prove a sostegno della provenienza dalle isole della Polinesia: i centri cerimoniali megalitici, la lingua parlata, l’analisi mitocondriale sui resti ossei. L’analogia dei centri cerimoniali megalitici si riferisce alla presenza di recinti sacri dove all’interno sorgevano spazi rituali e piattaforme di pietra dove avvenivano le cerimonie funebri dei capi e dove si seppellivano le loro ossa; a differenza di quelli polinesiani, però, nell’Isola di Pasqua le piattaforme rituali sono inclinate e realizzate con pietre circolari vulcaniche. Per quanto riguarda la lingua parlata, fu il capitano Cook, sbarcato sull’isola nel 1774, a notare che il polinesiano che aveva a bordo riusciva a comunicare con i pasquensi, più precisamente parlavano una lingua polinesiana imparentata con il tahitiano e l’hawaiano. L’analisi mitocondriale dei resti ossei degli antichi abitanti ha, poi, rilevato analogie con i popoli del sud-est asiatico e che si ritrovano in altissima percentuale tra i polinesiani. Tutti questi dati ci portano a dire con sostanziale certezza che i grandi Moai dell’Isola di Pasqua furono scolpiti da popoli della Polinesia.



I MOAI e il culto degli antenati

Fu il culto degli antenati a generare i giganti di pietra chiamati Moai. Nella prima fase della loro permanenza sull’Isola, i coloni polinesiani cominciarono a costruire i primi altari di pietra rudimentali; con il passare delle generazioni, essi divennero sempre più grandi fino a diventare dei giganti di pietra (tufo), alti anche 6-8 metri. Gruppi di circa 20 persone lavorarono il tufo con pietre appuntite per estrarre i Moai; occorrevano almeno 8 mesi di lavoro per completarne uno e ne costruirono circa 1000. La lavorazione avveniva nei punti più alti del cratere vulcanico, quando il Moai era pronto, veniva fatto scendere con corde e rulli realizzati con i tronchi d’albero, fino a posizionarlo sulla costa, rivolto verso il villaggio. Ogni Moai rappresentava l’antenato di una famiglia del villaggio i cui componenti avevano partecipato alla costruzione.

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Moai, Isola di Pasqua

La società pasquense nel periodo d’oro

Il popolo dell’Isola di Pasqua (Rapa Nui, in origine) era suddiviso in 10 clan principali e 2 minori che governavano territori indipendenti che dai rispettivi villaggi, dislocati sulla costa, si proiettavano verso l’interno dell’isola; la parte interna centrale era disabitata. Ogni clan era costituito da un estesissimo gruppo famigliare ed era governato da un capo anziano; esistevano diverse classi sociali ed una rigida gerarchia interna: sacerdoti, guerrieri, artigiani, contadini, servi; gli aristocratici controllavano il territorio e tutte le attività produttive. A delimitare i confini dei clan c’erano cumuli di pietre che era proibito superare. I componenti di una famiglia, anche delle élite, condividevano la stessa casa, ma era comunque uno spazio piccolo perché era usato quasi esclusivamente per dormire o ripararsi dalla pioggia; la vita attiva si svolgeva all’aperto, compresa la preparazione del cibo. I primi coloni introdussero le piante e gli animali che li avevano aiutati a colonizzare altre isole del Pacifico, come polli, maiali, cani, banane, patate dolci (maiali e cani non sopravvissero). Tra il 1200 ed il 1500 la civiltà dell’Isola di Pasqua raggiunse il suo massimo splendore e la popolazione superava i 7000 abitanti, forse 12000.

Il declino della società pasquense

Verso l’anno 1500 si ruppe il loro equilibrio economico e sociale. Tutto ebbe inizio con il disboscamento che portò al collasso ecologico. Gli abitanti dell’Isola di Pasqua abbattevano gli alberi per avere legna da ardere, per fare spazio alle coltivazioni, per trasportare le statue, per costruire canoe, ma tagliarono anche l’ultimo albero. La foresta scomparve, significò niente legname, niente canoe, niente pesce d’altura ricco di proteine, poi il vento ed il sole inaridirono la terra e le piogge erosive trascinarono via le sostante nutrienti, quindi i suoli diventarono meno fertili e i raccolti più magri; anche le colonie di uccelli marini vennero spazzate via, dopo che si rivolsero ad esse per una nuova fonte di proteine, quindi si adattarono a mangiare piccole lumache marine; s’intensificò la produzione di galline e si iniziò a difendere pollai e orti con alte mura di sassi; fu così che l’economia prospera si trasformò in economia di difesa, di sopravvivenza e gli antropologi non escludono fenomeni di cannibalismo. Vennero costruite armi, iniziarono le faide e le vendette fra tribù con devastazione e povertà ovunque; gli abitanti sopravvissuti vivevano rintanati in caverne per difendersi dai loro consimili. I conflitti proseguirono anche dopo l’arrivo dei primi europei. Quando i primi europei arrivarono sull’Isola di Pasqua nel 1722, la popolazione era già l’80-90% in meno, rispetto al periodo d’oro.



La religione dell’uomo uccello

Tra le metà del 1700 e la fine del 1800, i Moai vennero abbattuti dagli abitanti, in quanto espressione di un culto degli antenati al tramonto. Sull’Isola di Pasqua nacque la religione dell’uomo uccello; ci fu un solo centro cerimoniale per tutti, in cima al cratere di uno dei tre vulcani spenti, formato da strutture ellittiche costruite con lastre di basalto messe su a secco, tipo igloo di pietra. Nel centro cerimoniale si venerava Makemake e in suo onore, ogni primavera, si svolgeva una gara per stabilire chi fosse l’uomo uccello, mediatore tra la divinità e la popolazione; gli uomini carismatici, candidati a diventare il sacerdote del popolo, sceglievano i guerrieri in loro rappresentanza i quali venivano sottoposti ad una prova di abilità, velocità e destrezza; essi dovevano scendere dalla scogliera vulcanica a picco sul mare, tuffarsi, raggiungere a nuoto gli isolotti distanti circa 1 km, raccogliere il primo uovo depositato dagli uccelli migratori, tornare indietro e consegnarlo al suo committente; il primo candidato sacerdote che riceveva l’uovo diventata l’uomo uccello.

Il tracollo finale

Nel 1862, circa 2000 pasquensi vennero rapiti e deportati da cacciatori di schiavi per la raccolta del guano in Perù. Grazie all’intervento di Francia e Cile, vennero liberati i 15 superstiti che tornarono sull’isola, ma portarono il vaiolo e la tubercolosi che causarono lo sterminio di gran parte della popolazione rimanente. Nel 1870, il numero dei pasquensi non arrivava a 200 persone. Nel 1888 l’Isola di Pasqua fu annessa al Cile. La popolazione attuale dell’Isola di Pasqua è solo 1/3 nativa e vive di turismo ed artigianato.

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Isola di Pasqua, Moai

I giganti di pietra europei – I MEGALITI EUROPEI: da Carnac a Stonehenge

Con la fine dell’ultima glaciazione, circa 11000 anni fa, l’Europa tornò ad essere un ambiente abitabile. Per millenni, l’Europa fu il regno di tante piccole tribù di cacciatori, poi 7-8-9000 anni fa arrivarono gradualmente da oriente i primi agricoltori con i loro villaggi stabili, con le loro società più numerose e complesse, era il periodo neolitico e furono loro a costruire i giganti di pietra europei, per 2000 anni.

Uno dei luoghi più ricchi di megaliti nel mondo è nel sud della Bretagna, in Francia, dove sono diverse decine i siti con migliaia di megaliti; uno di questi, il più nutrito, è quello di Carnac che ho avuto il piacere di visitare. Il più famoso, però, è quello di Stonehenge, in Inghilterra.

I megaliti europei sono di due tipi: menhir e dolmen; i menhir sono blocchi di pietra posti in verticale, mentre i dolmen sono disposti a casetta; solitamente erano tombe, ma non solo; è forte l’ipotesi che i menhir di Carnac rappresentassero ognuno un antenato, l’equivalente delle nostre statue di imperatori e analogamente ai Moai dell’Isola di Pasqua. L’era dei megaliti europei si spense intorno a 5000 anni fa.

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Sito megalitico di Carnac, Bretagna, Francia

Il sito di Stonehenge è ancora sede di rievocazioni storiche; all’alba di ogni solstizio d’estate, una piccola folla di curiosi, di devoti di riti esoterici e di sedicenti druidi, si raduna su questo luogo dal fascino misterioso convinta di ripetere un rito millenario. I riti druidi sono, però, successivi alla costruzione del sito; i Druidi, infatti, erano i sacerdoti dei Celti, un popolo che abitò queste zone 2000 anni fa, quindi dopo la costruzione di Stonehenge; essi, probabilmente, utilizzarono questo luogo per le loro cerimonie.

Stonehenge fu costruito in tre fasi; la prima fase iniziò nel III millennio a.C. quando venne tracciato un fossato circolare, affiancato da un terrapieno di 280 metri e al suo interno 56 pozzetti, alcuni dei quali utilizzati come sepoltura; la seconda fase avvenne intorno al 2000 a.C. quando fu eretto un primo cerchio di pietre che formarono il cerchio più interno della struttura; nella terza fase vennero collocate le pietre del cerchio più esterno, alte circa 4 metri ed unite da altri massi posti orizzontalmente sulla loro sommità. La disposizione attuale dei megaliti è frutto di restauri e sistemazioni compiute all’inizio del ‘900. Stonehenge era sicuramente un luogo sacro. La disposizione dei megaliti non era casuale, ma fatta in modo che durante il solstizio d’estate il sole sorgesse in modo da illuminare alcune specifiche pietre; difficile, però, pensare che avesse la funzione di calendario solare in un luogo tanto piovoso.

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Sito megalitico di Stonehenge

I GIGANTI DI PIETRA EGIZI

Le piramidi egizie raggiungevano i 146 metri di altezza con 210 strati di pietra e 2,5 milioni di blocchi di pietra; occorrevano almeno 20 anni di lavoro massacrante per costruirle. La piramide di Cheope è quella più famosa. Le piramidi egizie erano le tombe dei Faraoni, erano considerate come scale di luce che puntavano verso il cielo accompagnando il Faraone nel viaggio verso l’aldilà.

giganti di pietra
Piramide di Cheope, Giza, Egitto

Oltre alle piramidi, gli antichi egizi innalzarono al cielo anche giganteschi monoliti: gli obelischi. Gli obelischi erano, inizialmente, un simbolo solare perché venivano eretti affinché il Sole, sorgendo, potesse fermarsi un momento sulla loro cima; con il passare del tempo, divennero i simboli della potenza e della gloria del Faraone che ne aveva ordinato la costruzione. Gli obelischi raggiungevano anche l’altezza di 30 metri ed erano in granito. Alcuni obelischi furono portati a Roma nel periodo imperiale ed oggi li possiamo ammirare nel centro storico di Roma.

Luxor, Egitto, Obelisco

Gli antichi Egizi costruirono altri giganti di pietra. Il faraone Ramesse II si fece raffigurare in statue colossali per proclamare la propria origine divina e il diritto a farsi venerare dai sudditi.

Luxor, Egitto, Statua di Ramesse II

I MAYA: chi erano e perché scomparvero

I Maya furono una popolazione che si sviluppò e prosperò nei territori dell’America centrale per alcuni millenni. Nessuno sa con certezza cosa ne innescò il crollo, ma è verosimile un disastro ambientale legato alla deforestazione. I Maya, per secoli, abbatterono incessantemente alberi per avere combustibile e per piantare coltivazioni, ma così facendo esposero le loro terre al potere distruttivo del vento e dell’acqua; le terre si trasformarono in aree desolate e aride ed una terribile siccità cominciò a devastare la loro regione; probabilmente la siccità, unita alla sovrappopolazione, distrussero la civiltà Maya.

I Maya erano distribuiti in una cinquantina di città-stato indipendenti, sparse in tutta la foresta pluviale del centro-America. La più grande di queste città-stato, Copan (Honduras), vantava 10.000 strutture e 100.000 persone; a Palenque (Messico) un’altra città-stato importante, vivevano 5.000 persone; in quel periodo noi eravamo nei secoli bui del Medioevo. I Maya costruirono i loro templi, piramidi di pietra che ancora oggi possiamo ammirare, anche se erano lussureggianti e dipinti, in origine.

I Maya erano un popolo allegro, amante della musica e della compagnia, ma avevano delle tradizioni che a noi appaino alquanto strane. I Maya per distinguersi si deformavano il corpo, le donne si facevano trapanare spesso i denti per incastonare pietre preziose, uomini e donne si deformavano il lobo delle orecchie, si incidevano profonde cicatrici sul volto o sul corpo come simbolo di bellezza o di appartenenza ad un gruppo; l’uso di droghe che alteravano la coscienza era incoraggiato, fumavano sostanze inebrianti e l’alcol era il sistema preferito per perdere contatto con la realtà; l’alcol non lo bevevano solamente, alcune pitture ci mostrano che le birre fermentate venivano assunte anche per via rettale con dei clisteri particolari.

I Maya prosperarono per più di un migliaio di anni, offrirono sostentamento a tante popolazioni nel cuore dei tropici, elaborarono calendari con grande accuratezza, crearono un linguaggio sofisticato, una matematica complessa e una splendida arte.

Palenque, Messico, sito Maya

I NABATEI E LA LORO PETRA

Per migliaia di anni, tutte le carovane che attraversavano il deserto del Sinai o quello dell’Arabia, passarono da Petra. Una lunghissima spaccatura, di oltre 2 km e larga pochi metri, con pareti alte più di 100 metri in roccia arenaria (sabbia antichissima che si è pietrificata) di diversi strati di colori, sbocca nell’antica città dei Nabatei: Petra. Petra è una città scavata nella roccia, un vero spettacolo.

Petra era abitata sin dall’età del bronzo, ma i veri costruttori di questa città furono i Nabatei, un popolo antichissimo che rimase indipendente fino all’arrivo dei Romani, circa 2000 anni fa. A Petra arrivava da est la via delle spezie e da nord la via della seta, da qui le carovane proseguivano verso il Mediterraneo, da dove partivano le navi per i porti greci, romani, veneziani. Le carovane si fermavano a Petra per riposarsi e rifocillarsi dopo i lunghi viaggi nel deserto. I Nabatei furono abili commercianti e ottimi ingegneri idraulici, tant’è che costruirono la loro città in una zona molto arida; essi riuscirono a dissetare sé stessi ed i viandanti grazie alla costruzione di cisterne, nei punti più alti della città; con le cisterne raccoglievano l’acqua piovana e la condensa dell’umidità mattutina, ma anche l’acqua filtrata dalle rocce, quindi con un elaborato sistema di canali, la portavano ovunque in città; si pensi che molti palazzi avevano pure giardini pensili e orti.

Petra, Giordania

Buona vita!

Cinzia Malaguti

Alcune informazioni contenute in questo articolo sono tratte dal documentario di Alberto Angelo Ulisse: il piacere della scoperta, 2016, Rai Play