Homo Naledi, in Sudafrica ritrovati i resti di un nostro lontano antenato

La ricerca e lo studio dei ritrovamenti fossili che aiutano l’umanità a conoscere la storia della sua evoluzione è materia dei paleoantropologi. Una recente scoperta in una grotta in Sudafrica aggiunge con Homo Naledi un tassello in questa affascinante ricerca delle forme e della datazione del primo essere che più ci assomiglia.

I resti fossili rinvenuti nella cavità di una grotta, chiamata Rising Star in Sudafrica, sono stati 1550 appartenenti ad almeno 15 individui diversi. Sono stati rinvenuti, in particolare, porzioni di cranio, mandibole, costole, decine di denti, un piede quasi completo, una mano con le ossa praticamente intatte, minuscole ossa di un orecchio interno, di adulti, giovani e anche neonati, questi ultimi riconosciuti dalle vertebre piccole come ditali. A detta degli studiosi, è stato eccezionale constatare che alcuni elementi scheletrici sembravano sorprendentemente moderni, mentre altri erano incredibilmente primitivi, in alcuni casi ancora più scimmieschi di quelli degli australopitechi.

Homo Naledi, resti fossili del cranio, Sudafrica
Homo Naledi, resti fossili del cranio, Sudafrica

Nella ricostruzione dello scheletro di Homo Naledi si è potuto appurare che spalle, anche e busto rimandano a specie molto primitive, mentre la parte inferiore del corpo mostra tratti più simili a quelli umani; cranio e denti hanno caratteristiche miste, ma le dimensioni del cranio sono molto piccole, quindi contenevano un cervello piccolo, caratteristica primativa. Questo essere aveva alcune caratteristiche umane ed altre primitive, in un mix la cui datazione rivelerà molto sull’evoluzione della nostra specie.

Rising Star, sezione della grotta dove sono stati trovati i resti fossili di Homo Naledi
Grotta Rising Star, sezione della Sala Dinaledi dove sono stati trovati i resti fossili di Homo Naledi

Il ritrovamento nel Rising Star è avvenuto quasi per caso, comunque grazie a due speleologhi amatoriali, Steven Tucker e Rick Hunter che, nell’esplorazione della grotta si sono imbattuti nella vista di “strane” ossa; avvisato il paleoantropologo americano Lee Berger, questi ha subito intuito che la scoperta era rilevante e si è messo in moto per recuperare i reperti fossili. Siccome si trovano in una cavità raggiungibile attraverso stretti cunicoli, ha dovuto selezionare persone qualificate, ma anche piccole ed magre; delle 60 candidate ne sono state prescelte 6 che hanno dovuto lavorare in spazi davvero angusti, ma quando c’è la passione, non c’è strettoia che tenga!

Tutti gli studiosi sono ormai concordi nel collocare il nostro capostipite tra due milioni e tre milioni di anni fa, finora si pensava ad una evoluzione lineare dove Homo Habilis sarebbe l’umanoide più vicino a noi, almeno rispetto ai ritrovamenti fossili. Con Homo Naledi forse dovremmo cambiare idea.

Mentre sono in corso gli studi sulla datazione dei reperti di Homo Naledi, Lee Berger, il paleoantropologo americano che ha diretto le ricerche, sta pensando seriamente alla possibilità che l’evoluzione umana abbia seguito un percorso meno lineare. Berger ritiene, infatti, che i vari tipi di ominidi che popolavano i paesaggi africani, culla dell’umanità, devono essersi evoluti da un antenato comune, ma più avanti nel corso della storia devono essersi incrociati di nuovo, come sembrerebbe dimostrare quel mix di caratteristiche primitive ed umane riscontrate in Homo Naledi. Gli studi e le ricerche proseguono.

Cinzia Malaguti

Fonte:

National Geographic, ottobre 2015

 

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