La nutrigenomica

La nutrigenomica è la scienza che studia gli effetti del cibo sull’espressione genica, permettendoci di capire come le sostanze contenute nei cibi sono in grado di interagire con i nostri geni fino a modulare le risposte cellulari.

La nutrigenomica ci offre le conoscenze per utilizzare il cibo ed i suoi nutrienti al fine di ottimizzare il nostro terreno biologico da cui emergono salute o malattia.

Filippo Ongaro, uno dei pionieri europei della medicina funzionale ed anti-aging, che ha collaborato con l’Agenzia Spaziale europea, russa e con la NASA allo sviluppo di metodologie preventive e terapeutiche contro l’invecchiamento, afferma nel suo libro Mangia che ti passa: “Non esiste tecnologia, farmaco, organo artificiale o terapia genica che abbia la potenza del cibo nel modulare e correggere i processi metabolici e cellulari”.

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La nutrigenomica parte dal presupposto che il cibo non è solo “benzina” per il corpo, ma rappresenta un vero e proprio linguaggio che, parlando con il nostro organismo, ne regola i processi biologici più profondi.

Il problema è che l’alimentazione moderna è fatta prevalentemente di cibo industriale, con troppi zuccheri e carboidrati raffinati, con i grassi idrogenati e povero di fibra, vitamine e fitonutrienti. Noi non siamo fatti per il cibo industriale, il nostro genoma è quello dei nostri lontani antenati che non sapevano nemmeno cosa fosse un’industria; le malattie oggi presenti sono una diretta conseguenza della costante e massiccia assunzione di cibi inadatti al nostro sistema biologico.

Alcuni ricercatori sostengono che, senza una vera prevenzione basata sulla correzione delle abitudini di vita, alimentari, ma anche di movimento e di riduzione dello stress cronico, potremmo correre il rischio di vedere, nelle prossime decadi, addirittura una riduzione della durata della vita media. D’altre parte già oggi assistiamo ai limiti della medicina che estende la vita, ma spesso a scapito della qualità, utilizzando molti, troppi farmaci e preoccupandosi del sintomo, anziché della malattia come processo, cioè nel suo insieme multifattoriale.

La malattia sopraggiunge in presenza di un profondo conflitto tra il nostro genoma, lento nella sua evoluzione adattiva, ed il mondo in cui ci troviamo a vivere, veloce nei suoi cambiamenti e che così finisce per creare un disadattamento, terreno fertile all’insorgere della malattia. Dall’alimentazione industriale alle alterazioni dei cicli naturali di sonno-veglia, dai rumori all’inquinamento, dal lavoro al traffico, i fattori ambientali che sono in attrito con i nostri meccanismi biologici sono tanti. Ricordiamoci che la salute è determinata dalla flessibilità dell’organismo nell’adattarsi all’ambiente esterno; è qui che entrano in gioco le conoscenze che ci vengono dalla nutrigenomica, ossia l’utilizzo dei componenti nutrizionali per aiutare l’organismo ad adattarsi, con i suoi antiossidanti, le sue vitamine, i suoi fitonutrienti, le sue fibre.

“Il nuovo imperativo è comprendere il linguaggio del cibo e quindi gli effetti di specifici nutrienti sul metabolismo” sottolinea Filippo Ongaro. Non servono diete dove è importante la quantità del cibo che si assume, ma è importante mangiare, in quantità normali, il cibo giusto, ossia assumere con il cibo le informazioni che permettono al DNA di lavorare in modo appropriato e di ripristinare una funzionalità metabolica corretta.

Non si deve commettere l’errore di fare un semplice calcolo delle calorie per evitare di aumentare di peso perché le calorie non sono tutte uguali; per esempio, una dieta ricca di carboidrati raffinati (pasta e pane non integrali) e zuccheri semplici, indipendentemente dalla quantità complessiva di calorie ingerite, provoca un aumento della glicemia e della secrezione di insulina che, a loro volta, sono alla base dell’aumento di peso, del colesterolo e dei trigliceridi, connessi con le malattie cardiovascolari. I prodotti raffinati sono cibi “vuoti” perché sono privati di fitonutrienti ed altri componenti attivi e riconoscibili dal nostro organismo.

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La nutrigenomica ci dice che per promuovere una corretta espressione genica, alla base della salute, il nostro DNA ha bisogno di:

  • cibo geneticamente compatibile, ossia naturale, non sottoposto a trattamenti industriali;
  • attività fisica;
  • ridotti livelli di stress.

Qual è il cibo giusto?

Il cibo naturale e non raffinato. Ricordiamoci che tutto ciò che è lavorato industrialmente ha ben poco di naturale.

Le categorie di cibi naturali che aiutano i geni a lavorare in modo ottimale sono:

  • Cibi ad alto contenuto di fibra: legumi, carboidrati integrali (pasta e pane integrali al 100%, riso integrale e grano saraceno), verdure, frutta, noci e semi naturali;
  • Proteine di elevata qualità: legumi, noci e semi naturali, uova, pesce (in prevalenza salmone, sgombro e pesce azzurro, possibilmente pescato e non allevato), carne magra (pollo, tacchino, agnello, possibilmente tutti da allevamento biologico);
  • Grassi sani che hanno effetto protettivo sono: olio d’oliva extra-vergine, oli vegetali pressati a freddo, avocado, olive, cocco, noci e semi naturali.

Come avete visto, nell’elenco non compaiono il latte ed i latticini perché non sono alimenti salutari, contrariamente ai falsi miti costruiti grazie agli sforzi dell’industria. Al riguardo vi invito a leggere l’articolo Latte e derivati di origine animale, meglio no grazie!

Il problema dei grassi idrogenati

L’industria alimentare fa un grande uso di grassi idrogenati perché durano molto di più. I grassi idrogenati sono grassi solidi, ottenuti miscelando l’idrogeno agli oli vegetali; un esempio tra tutti è la margarina. I grassi idrogenati sono prodotti artificiali, dannosi per l’organismo. Leggete l’etichetta prima di comperare qualsiasi prodotto industriale, compresi crakers, fette biscottate e biscotti, se contengono grassi idrogenati lasciateli sullo scaffale.

Il problema del glutine

Come avete visto, nell’elenco dei cibi ad alto contenuto di fibra vengono citati solo due cereali, il riso ed il grano saraceno, perché sono quelli privi di glutine.

Le intolleranze al glutine possono essere più frequenti di quello che si pensa e non necessariamente manifestarsi con una celiachia. Uno studio recente ha messo in evidenza come la gliadina sia in grado di attivare una risposta infiammatoria ed immunitaria in tutti, indipendentemente dal fatto che si manifesti o meno una effettiva celiachia.

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Un altro studio, pubblicato di recente sul prestigioso “New England Journal of Medicine” elenca circa 50 manifestazioni cliniche che possono essere collegate all’assunzione di glutine; l’elenco comprende anche ansia, depressione ed emicrania

Il glutine ha il potere di infiammare l’organismo, cervello compreso, e lo fa attraverso una serie di piccole molecole liberate quando il glutine attraversa l’intestino. Queste molecole in particolare vengono trovate in molti pazienti affetti da depressione, ma c’è anche da dire che molecole simili sono contenute anche nei prodotti del latte.

Meglio allora stare alla larga dal glutine, per quanto possibile, preferendo cereali privi di glutine che sono: riso, grano saraceno, amaranto, mais, miglio, quinoa.

Leggi anche Cosa fa male alla salute: i 4 killer.

La nutrigenomica ci mette in armonica con la natura, almeno per quello che riguarda il cibo che assumiamo, facendo chiarezza su cosa ci conviene mangiare per stare meglio.

Cinzia Malaguti

Bibliografia: F. Ongaro, Mangia che ti passa, Milano, Pickwick, 2013

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