Il problema della resistenza agli antibiotici

Alexander Fleming scoprì casualmente nel 1928 la penicillina, il primo antibiotico. Quello è stato il punto di partenza di una storia, quella degli antibiotici, piuttosto importante per la nostra salute e che ha visto la ricerca continuamente impegnata nello sviluppo di nuovi antibiotici per combattere il problema della resistenza dei batteri. Il fenomeno dell’antibiotico-resistenza è in rapido aumento ed oggi rappresenta un’emergenza mondiale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’antibiotico-resistenza come “uno dei tre maggiori rischi sanitari dell’umanità“. Ogni anno, solo in Europa, le resistenze agli antibiotici fanno circa 25 mila vittime, ma il quadro è destinato a peggiorare (fino a 10 milioni di morti al mondo nel 20150) se non si interviene subito.

La resistenza agli antibiotici (antibiotico-resistenza) è la capacità che ha un batterio di vivere e moltiplicarsi in presenza di un antibiotico al quale era precedentemente sensibile.

I batteri hanno una grande capacità adattogena che consente loro di evolvere molto rapidamente e sviluppare in breve tempo sofisticati meccanismi di resistenza. Tuttavia, la vera causa dell’antibiotico-resistenza è il loro uso eccessivo ed irrazionale.

Maggiore è la quantità di antibiotici che i microbi incontrano, maggiore è la probabilità che sviluppino resistenze; in altri termini, i microbi imparano a difendersi dall’antibiotico a forza di provare, più opportunità gli si daranno più è facile che imparino.

Si stima che almeno un terzo delle prescrizioni di antibiotici sia sbagliata, riguardando infezioni virali anziché batteriche, le uniche per le quali gli antibiotici sono efficaci; ad esempio, l’influenza stagionale è una malattia virale, non si cura con gli antibiotici. Secondo un report dell’OMS, il 64 per cento della popolazione mondiale è convinto che gli antibiotici siano efficaci contro virus e raffreddori (Fonte L’espresso, n. 2, 2016).

L’altro aspetto che crea antibiotico-resistenza è l’uso non corretto dell’antibiotico: se si smette di assumere l’antibiotico quando ci si sente meglio, anziché alla fine del ciclo prescritto, può succedere che qualche microbo sopravvissuto impari la lezione. Secondo l’OMS, il 32 per cento crede di poterli sospendere non appena si sente meglio (Fonte L’espresso, n. 2, 2016).

L’abuso degli antibiotici non avviene solo in ambito medico, ma anche e soprattutto in zootecnia ed agricoltura. Ben oltre la metà della produzione mondiale di antibiotici viene consumata in zootecnia ed agricoltura per la promozione e la crescita di animali e piante; questa massiva immissione molto contribuisce alla selezione di batteri resistenti e al loro passaggio nell’uomo.

Usarli meno e meglio deve, però, andare di pari passo con la ricerca di nuovi antibiotici. L’industria farmaceutica trova poco interessante investire nella ricerca su nuovi antibiotici perché sono usati per un tempo limitato, richiedono tantissimi anni di sviluppo e si deprezzano troppo velocemente a causa dell’antibiotico-resistenza, quindi sono poco remunerativi.

Occorre, allora, un’azione congiunta, pubblico e privato. Mi piace l’idea del Prof. Paolo Visca del Dipartimento di Biologia dell’Università Roma Tre che propone una task force contro la resistenza agli antibiotici: “Una risposta efficace al problema dell’antibiotico-resistenza potrà venire solamente da una azione concertata che coinvolga la politica, l’industria farmaceutica, le istituzioni di salute pubblica, i mezzi d’informazione e la collettività dei consumatori”.

Il problema della resistenza agli antibiotici ha un carattere d’urgenza per non rendere un parto, un intervento chirurgico, un’appendicite o un semplice taglio al dito una seria minaccia per la vita di ognuno.

Cinzia Malaguti

 

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