Nuovi posti di lavoro dal “reshoring”

Ho accolto con piacere la notizia che diverse aziende italiane che avevano delocalizzato la produzione, in Paesi dell’Est europeo o in Cina, stanno tornando in Italia (reshoring). Bene, ma sono ancora pochi e la politica può fare ancora qualcosa per motivare gli imprenditori a ritornare in Italia ... senza svendere il lavoro.

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Ho accolto con piacere la notizia che diverse aziende italiane che avevano delocalizzato la produzione, in Paesi dell’Est europeo o in Cina, stanno tornando in Italia (reshoring).

Avevo scritto, in tempi non sospetti, che i vantaggi del basso costo della manodopera in Cina sarebbero prima o poi finiti, a fronte delle progressive rivendicazioni salariali e di diritti, inevitabili nel boom economico. A questo si aggiungano gli alti costi della logistica e l’importanza crescente del valore del Made in Italy e voilà ritornare a produrre in Italia diventa più competitivo.

Luciano Fratocchi, professore d’ingegneria gestionale dell’Università dell’Aquila, intervistato da L’Espresso, ha contato novanta aziende che hanno riportato, o hanno intenzione di riportare, la manifattura in patria, dopo averla delocalizzata.

Il costo della manodopera in Italia resta sempre più alto, ma la differenza viene compensata dalla maggiore produttività, dai risparmi logistici e dalla presenza di artigiani esperti, nonché dalla possibilità di rispondere alle richieste della clientela che, sempre di più, pretende il Made in Italy.

D’altra parte, come scrive L’Espresso:La Cina non è più quella di prima: gli stipendi degli operai crescono del 20 per cento l’anno e la moneta si sta rivalutando.”, pertanto il trend dei rientri non può che essere positivo.

La riduzione dell’Irap (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) prevista nel Jobs Act può favorire i rientri, così come investire sulla formazione del personale, ma soprattutto è la valorizzazione del vero Made in Italy, attraverso etichettature e controlli, che può spingere la domanda verso un prodotto veramente italiano, motivando gli imprenditori che hanno delocalizzato a rientrare in Italia, con tutte le conseguenze positive in termini occupazionali.

E’ necessario però che le nuove norme europee sull’etichettatura “Made in”, già rimandate al 2015, non subiscano ulteriori slittamenti, ma soprattutto siano leggi fattive a tutela del consumatore e del produttore onesto e non intrise di scoraggiante burocrazia. Comunque vada, noi ci saremo!

Cinzia Malaguti