Quando profumarsi era meglio che lavarsi

Farsi una bella doccia o un bel bagno è per noi oggi il modo indispensabile per curare la nostra igiene e tenere lontane le malattie, oltre ad essere un momento piacevole della giornata, ma non è sempre stato così. Nel XVII e XVIII secolo, la gente, nobili compresi, si lavava poco e "a secco", evitando l'uso di acqua per una serie di credenze.

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Toilette del XVII secolo

Farsi una bella doccia o un bel bagno è per noi oggi il modo indispensabile per curare la nostra igiene e tenere lontane le malattie, oltre ad essere un momento piacevole della giornata, ma non è sempre stato così. Nel XVII e XVIII secolo, la gente si lavava poco e “a secco”, evitando l’uso di acqua per una serie di credenze. Si lavavano poco anche i nobili che nascondevano i cattivi odori con il profumo e cambiandosi spesso d’abito.

Oggi queste pratiche ci sembrano assurde e lo sono, ma a quei tempi c’era la credenza, avvallata anche dai medici, che l’utilizzo dell’acqua calda, dilatando i pori della pelle, favorisse l’introduzione di miasmi presenti nell’aria, prodotti da decomposizioni organiche e acque stagnanti. Per tenere lontane le contaminazioni veniva consigliato di evitare i vapori dell’acqua e le condense, soprattutto negli spazi chiusi.

Una norma igienica dell’epoca per combattere i cattivi odori era quella di profumare l’aria, in quanto si credeva che gli odori gradevoli purificassero dai miasmi organi e sangue. La sporcizia, invece, non era ritenuta un rischio per la salute, anzi si riteneva che fungesse da protezione per la pelle.

Francois Buocher, La Toilette, 1742
Francois Buocher, La Toilette, 1742

Questa paura dell’acqua raggiunse il suo culmine nel XVII secolo, anche nelle classi più elevate della società. All’interno delle case nobili o borghesi erano presenti vasche da bagno, ma si sconsigliava di usarle in eccesso e, soprattutto, di rimanerci troppo a lungo. D’altra parte, le stanze da bagno dell’epoca erano luoghi di riposo e di relazioni sociali, non propriamente luoghi privati per la cura della persona e dell’igiene, come sono oggi. I nobili si cambiavano spesso d’abito e si cospargevano di profumi per coprire e combattere i cattivi odori.

Ci si mise anche la Chiesa a moltiplicare, con i suoi tabù sessuali, i motivi per non usare l’acqua per lavarsi; il clero volle bandire i bagni pubblici – chiamati “bagni romani” – perché costituivano contatto fisico e nudità, ma anche in privato era moralmente censurabile l’esplorazione del corpo.

Per tutte queste ragioni, le pratiche d’igiene nel XVII e XVIII secolo erano rapide, interessavano solo alcune parti del corpo (faccia, mani e piedi, soprattutto) ed erano realizzate “a secco”, ossia le parti del corpo venivano strofinate con panni asciutti.

Le cose cominciarono a cambiare nella seconda metà del secolo XVIII, quando s’iniziò a pensare che l’acqua tiepida potesse avere virtù calmanti e, soprattutto, che l’acqua fredda rinforzasse i tessuti e aumentasse la fluidità del sangue. Fu così che, piano piano, alla fine del secolo, l’acqua iniziò ad arrivare ad alcune abitazioni, che vennero equipaggiate con stanze da bagno, anche se la loro funzione non era ancora quella di luoghi privati per la cura del corpo e dell’igiene.

Dobbiamo arrivare ai primi decenni del XIX secolo per trovare l’inizio della diffusione dell’utilizzo dell’acqua finalizzato all’igiene, ma dopo essere passati attraverso la lenta liberazione dai tabù corporei e con il progresso dell’edonismo.

Cinzia Malaguti

 

Bibliografia:

Storica NG nr. 84

G. Vigarello, Lo sporco e il pulito. L’igiene e il corpo dal Medioevo a oggi, Padova, Marsilio, 1996

G. Vigarello, Il sano e il malato. Storia della cura del corpo dal Medioevo a oggi, Padova, Marsilio, 1996